Il 4 maggio, in diverse zone degli Emirati Arabi Uniti sono tornati a risuonare gli allarmi missilistici per la prima volta da quasi un mese. Più che indicare un’improvvisa escalation, secondo gli analisti le nuove allerte sono il segno di un fenomeno più strutturale: la guerra in Medio Oriente non si è mai davvero fermata.In un post su X, il ministero della Difesa emiratino ha confermato di aver rilevato quattro missili lanciati dall’Iran: tre sono stati intercettati sopra le acque del paese, mentre uno è caduto in mare. I residenti di Dubai, Ajman, Ras al-Khaimah e Sharjah hanno ricevuto allerte di emergenza intorno alle 17 e poi di nuovo intorno alle 19 ora locale.Ad Abu Dhabi non sono state segnalate allerte. Poco dopo la seconda notifica, il ministero dell’Interno ha confermato l'esistenza di una minaccia missilistica, invitando i residenti a cercare riparo ed evitare le aree all’aperto.Gli allarmi arrivano dopo un periodo di relativa calma iniziato l’8 aprile, quando è entrato in vigore un fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.“Il ritorno degli allarmi missilistici segnala che la de-escalation non è mai stata una pace stabile, ma solo una tregua precaria”, spiega Andreas Krieg, docente di Studi sulla sicurezza alla School of Security Studies del King’s College London.Gli ultimi sviluppi del conflitto si inseriscono in un quadro in cui diplomazia e coercizione continuano a procedere in parallelo. Krieg spiega che le pressioni militari sono proseguite anche durante i negoziati.Il braccio di ferro su HormuzLe tensioni si concentrano sempre di più sullo stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più importanti al mondo. Il passaggio è diventato un collo di bottiglia strategico e, allo stesso tempo, uno strumento negoziale, soprattutto ora che gli Stati Uniti si stanno muovendo per proteggere il transito delle navi commerciali.Negli ultimi giorni, il governo americano ha varato “Project Freedom”, un’iniziativa per scortare le navi attraverso lo stretto. La mossa ha però provocato la reazione di Teheran, che considera il controllo dell’accesso al Golfo una leva fondamentale.I funzionari statunitensi hanno accusato il regime iraniano di aver intensificato gli attacchi contro navi e obiettivi militari nello stretto di Hormuz, dipingendo le operazioni di scorta come necessarie per garantire la libertà di navigazione. Teheran interpreta però questa mossa come una sfida diretta al controllo che esercita sull’accesso al Golfo.Dal punto di vista iraniano, secondo Krieg, la libertà di navigazione non è più soltanto un principio giuridico, ma una leva negoziale. “Se gli Stati Uniti proveranno a forzare la riapertura dello stretto solo con la pressione, sarà l’intera regione a pagarne il prezzo”, aggiunge.Ma le pressioni non si limitano a Hormuz. Sempre il 4 maggio, una petroliera è stata presa di mira nei pressi di Fujairah, un porto chiave degli Emirati che rappresenta una delle principali alternative del paese a Hormuz. L'attacco sottolinea che non è solo lo stretto a essere vulnerabile, ma anche le infrastrutture pensate per aggirarlo.Il ruolo strategico di FujairahL’importanza di Fujairah sta proprio in questo. Situato nel Golfo di Oman, il porto rappresenta una delle poche alternative praticabili quando il passaggio è interrotto, consentendo alle petroliere di caricare greggio evitando il transito nello stretto.“Fujairah è la principale alternativa degli Emirati a Hormuz”, afferma Krieg. “Se la pressione arriva fin lì, significa che l’Iran non sta contendendo solo il collo di bottiglia in sé, ma anche le vie costruite per aggirarlo”.In altre parole, il conflitto si sta allargando oltre un singolo snodo geografico, trasformandosi in una contesa più ampia sui sistemi che sostengono il commercio regionale e i flussi energetici globali.Per gli Emirati, la posta in gioco si alza notevolmente. Il paese si trova accanto a uno dei corridoi marittimi più sensibili al mondo ed è vulnerabile sia alle attività missilistiche che alle interruzioni del traffico navale. Anche quando le intercettazioni riescono o gli incidenti restano circoscritti, il messaggio può propagarsi oltre l’area immediatamente coinvolta, incidendo sulla logistica, sui costi assicurativi e sulla fiducia dei mercati.Secondo Krieg, “gli stessi rapporti interni degli Emirati avvertono da settimane che, se lo stretto resterà chiuso a intermittenza, Fujairah diventerà il prossimo obiettivo naturale, perché è l’infrastruttura che più chiaramente riduce il potere negoziale di Teheran”.È anche la lettura del ministero degli Esteri emiratino, che ha condannato gli attacchi contro il traffico commerciale definendoli “atti di pirateria” che minacciano la stabilità regionale e la sicurezza energetica globale.La nuova fase della guerra in Medio OrientePiù che a un ritorno a un conflitto continuativo, la regione sembra entrare in quella che Krieg definisce una fase di “stallo coercitivo”, in cui pressioni militari, shock economici e iniziative diplomatiche coesistono.In questo contesto, il cessate il fuoco appare meno come un meccanismo di risoluzione e più come una pausa temporanea dentro una contesa ancora aperta. Entrambe le parti si accusano a vicenda di violazioni e le operazioni militari sul fronte marittimo sono proseguite nonostante la tregua.Quello che sta emergendo in Medio Oriente è un'escalation controllata: allerte, attacchi e narrazioni contrapposte che mettono alla prova i limiti del conflitto senza trasformarlo del tutto in una guerra continuativa.“Se non ci sarà un accordo che si occupi del tema di Hormuz in termini politici, e non solo militari, la tregua continuerà a crollare”, afferma Krieg.Gli allarmi missilistici risuonati negli Emirati il 4 maggio potrebbero non segnare un ritorno ad attacchi continui. Suggeriscono però che le condizioni che li hanno prodotti, cioè la disputa per l’accesso, il controllo e la pressione strategica, restano ben presenti. Anzi, si stanno radicando sempre di più.Questo articolo è apparso originariamente su Wired Middle East.
La guerra in Medio Oriente non si è mai davvero interrotta, e sta entrando in una nuova fase
Dopo quasi un mese di calma relativa, la ripresa delle ostilità nel Golfo persico dimostra che diplomazia e militarismo non sono alternativi ma viaggiano in parallelo






