Alla vigilia del faccia a faccia con il segretario di Stato Usa Marco Rubio a Palazzo Chigi sfilano in tre: il nuovo premier ungherese Péter Magyar, il primo ministro del Governo di unità nazionale libico, Abdul Hamid Dbeibah, e il premier polacco Donald Tusk. Tramite ciascuno di loro Giorgia Meloni dissemina messaggi in bottiglia: la volontà di diversificare ancora le forniture di gas e petrolio per contrastare i danni della guerra in Iran e la determinazione a tenere l’Italia saldamente agganciata all’Europa, pungolandola però all’azione.

È con Tusk - che condivide con Magyar il merito di aver riportato il suo Paese su una linea più filo-europea - che la premier si trattiene più a lungo. Ed è solo con lui che rilascia dichiarazioni al termine del bilaterale. Per celebrare il record dell’interscambio commerciale tra Italia e Polonia, nel 2025 arrivato sopra i 36 miliardi, per ribadire il sostegno fermo all’Ucraina, ma soprattutto per sottolineare la convergenza su alcuni temi molto cari al Governo. Il primo è la competitività. «Siamo determinati - scandisce Meloni - a combattere tutti quei dazi interni che l’Unione europea si è autoimposta, che finiscono per soffocare le nostre imprese, per rallentare la nostra competitività, per creare problemi ai nostri lavoratori». La premier cita esplicitamente l’Ets, il sistema europeo per lo scambio di emissioni, e «tutti quei meccanismi che contribuiscono a gonfiare artificialmente i prezzi dell’energia tra i diversi Stati membri, specialmente in una fase complessa come quella che stiamo attraversando».