Negli ultimi giorni, in riferimento a talune rilevanti vicende della finanza italiana, alcuni autorevoli opinionisti sono intervenuti pubblicamente sul tema della cosiddetta “lista del CdA”. Si tratta di contributi che meritano attenzione, perché toccano un nodo delicato della governance delle società quotate italiane. Tuttavia, le critiche formulate non appaiono adeguatamente giustificate né, in ogni caso, condivisibili.

La disciplina introdotta dalla Legge Capitali, infatti, non ha prodotto gli effetti distorsivi che alcuni paventavano. Al contrario, alla prova dei fatti ha mostrato una significativa capacità di tenuta. Essa ha reso più rigoroso il procedimento di formazione della lista del consiglio uscente, imponendo un’istruttoria approfondita e un controllo più attento sulla qualità, sulla indipendenza e sull’equilibrio complessivo della proposta di composizione del consiglio.

Il punto decisivo è che la lista del CdA non si è tradotta in un meccanismo autoreferenziale né in uno strumento di chiusura rispetto alla base sociale. Al contrario, anche e soprattutto attraverso il premio riconosciuto alla minoranza, ha assicurato un’adeguata rappresentanza delle diverse componenti degli azionisti, evitando che la governance venisse “appiattita” su una sola sensibilità.