Egregio direttore, ho letto che il cane, Osso si chiamava, del celebre giornalista Michele Serra è stato sbranato dai cani in una zona dell’Appennino piacentino. Lui ne ha scritto, denunciando un fenomeno fuori controllo: quello appunto dei lupi che in molte zone, anche del Veneto e del Friuli, sono sempre più numerosi e fanno razzie di bestiame, uccidono altri animali e si spingono fin dentro i centri abitati. Vorrei dire a Serra: benvenuto fra di noi. Conosco persone che hanno perso in una sola notte decine di pecore e di capre ammazzate dai lupi. Ma quando noi abbiamo denunciato queste stragi e chiesto interventi risolutivi, ci siamo ritrovati attaccati dagli animalisti, trattati come “assassini” e nemici della natura da movimenti e associazioni, spesso vicini alle posizioni politiche di Serra. Non so se anche a lui sia successo, ma spero che quanto gli è accaduto renda sensibile lui e altri più sensibili a questo che è un problema reale per tante famiglie che vivono in montagna e in campagna e vorrebbero continuare a farlo. Le chiedo, se intende pubblicarla, di non firmare per esteso questa lettera: non voglio subire minacce o attacchi da qualche amico dei lupi.

R. T.

Treviso

Caro lettore, credo innanzitutto che il dolore provato e vissuto da Michele Serra meriti il massimo rispetto. E non perché sia una persona famosa o un affermato giornalista, ma perché perdere in un modo così crudele il proprio, amato cane è un’esperienza terribile. Una sofferenza fisica, una lacerazione profonda che anche chi non ha mai avuto accanto a sé un cane può comprendere. Ma affrontare un problema complesso attraverso la lente della propria traumatica esperienza personale espone sempre a un rischio: quello di far prevalere le emozioni e di indurre alle semplificazioni. Vale per Serra come per chiunque altro. La questione lupi, non diversamente da quella che riguarda gli orsi, continua ad essere prigioniera di una contrapposizione apparentemente irrisolvibile tra chi li difende a prescindere e li ritiene intoccabili e chi, invece, li considera solo una presenza nociva, da eliminare. Ma da nessuna di queste due posizioni può derivare una soluzione al problema. Che esiste e non va minimizzato. Ci sono territori in cui la convivenza con questo animale predatore è ormai difficile, residenti e allevatori hanno paura, soprattutto si sentono lasciati soli e indifesi. Protestano, chiedono tutele: hanno ragione a farlo e hanno diritto ad avere risposte concrete. Ma la strada da seguire non può essere lo sterminio o la richiesta di interventi drastici sulla scia di un singolo episodio. Non perché il lupo sia intoccabile. Non lo è. Ma perché non è un estraneo, è parte del nostro eco-sistema: ha sempre popolato le nostre montagne e colline. Ad un certo punto, per colpa dell’eccessiva antropizzazione, aveva rischiato di estinguersi, poi soprattutto negli ultimi 20 anni ha ripreso a ripopolarsi. Purtroppo questo fenomeno in molte aree non è stato né guidato né governato come sarebbe stato necessario, generando conflitti e alimentando tensioni. Ma bisogna convincersi che il tema non è “lupo sì-lupo no”. È sbagliato dividersi tra amici e nemici dei lupi, bisogna trovare un equilibrio tra l’uomo e il lupo. E lo si può fare se non ci si fa trascinare dalle ideologie o dalle emozioni. Ma si affronta il problema con pragmatismo, scienza e conoscenza.