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Il giornalista racconta il dolore per la morte del suo animale. Pur riconoscendo il valore della tutela della specie Serra chiede interventi e regole per garantire un equilibrio sostenibile nei territori montani
Il giornalista e scrittore Michele Serra ha raccontato con dolore la perdita del proprio cane Osso, sbranato da un branco di lupi a poca distanza dalla sua abitazione, sull’Appennino piacentino. La tragedia si è consumata in pochi istanti. Osso si trovava vicino alla casa quando si è allontanato verso un campo di erba medica. Lì ha incontrato il branco. L’attacco è stato fulmineo, senza possibilità di fuga. Serra ha ricordato che il cane era già scampato a un episodio simile due anni prima, ma questa volta non c’è stato nulla da fare. La scoperta lo ha profondamente scosso, lasciandolo con una sensazione difficile da spiegare: "Mi sento come uno che ha pagato un tributo alla natura. Meravigliosa, ma dura".
Per Serra Osso non era solo un animale domestico. Era parte integrante della famiglia, uno dei suoi tre cani, forse il più fragile. Lo aveva accolto anni prima, quando era stato abbandonato dai cacciatori e si trovava in condizioni disperate. "Chi ha un cane lo sa", scrive Serra, sottolineando quanto il rapporto con un animale sia fisico, concreto, fatto di gesti quotidiani e presenza costante. Per questo motivo, la perdita non è solo emotiva ma anche corporea: "Il dolore è fisico, perché fisica era la sua presenza". Osso aveva avuto una seconda possibilità, sei anni di vita fatta di cure, libertà e gioco. Una vita che Serra definisce bella, soprattutto se confrontata con quella di molti cani da caccia.










