VENEZIA - Martedì sera avevano lanciato un appello alla mobilitazione, diffondendo sui social le tre istruzioni del raduno. «Ore 11. Di fronte alla chiesa parrocchiale di San Moisè. Codice di abbigliamento: tutto nero, forniremo un passamontagna». Vere la prima e la terza, falsa la seconda. Era un depistaggio tattico, per rallentare l'intervento delle forze dell’ordine attorno al reale bersaglio dell'incursione programmata per ieri mattina, il padiglione della Russia ai Giardini della Biennale. Effetto sorpresa riuscito. E non è stata l’unica novità: per la prima volta nella storia del movimentismo femminista anti-putiniano, infatti, le russe Pussy Riot hanno inscenato un’azione di protesta insieme alle ucraine Femen. «Tempesta di Venezia», l'hanno definita le attiviste (e gli attivisti: c’erano anche uomini), scatenando il loro uragano di urla, seni nudi e fumogeni per lanciare alle istituzioni la sfida in vista dell’edizione 2028: «Invitiamo Pietrangelo Buttafuoco, Luca Zaia e Luigi Brugnaro a incontrarci per discutere la migliore strada da percorrere».
Biennale, protesta di Pussy Riot e Femen contro il padiglione russo VIDEO
Mezz’ora prima del blitz, i manifestanti si sono riuniti intorno al padiglione della Repubblica Ceca, uno dei 22 Paesi che due mesi fa avevano sottoscritto la lettera contro la presenza della Russia. «Se la Biennale di Venezia avesse davvero a cuore la censura, collaborerebbe con artisti attualmente incarcerati per aver sostenuto l'Ucraina e per essersi opposti al regime: queste persone sono in prigione per migliaia di anni per accuse perlopiù ridicole», ha chiamato la carica Nadežda “Nadya” Tolokonnikova, leader delle Pussy Riot, affidando il coordinamento della manifestazione ai suoi due mariti, l’ex Peter Verzilov e l’attuale John Caldwell. Ai 50 componenti del collettivo russo, si sono aggiunte 5 rappresentanti del gruppo ucraino Femen, guidato da Inna Ševčenko: «Ogni opera d'arte russa esposta quest'anno poggia su un piedistallo invisibile: il sangue ucraino».













