Sembrano due mondi paralleli che qui a Cinecittà non riescono a incrociarsi. Sotto la pioggia fitta della Tuscolana, da una parte c’è lo Studio 23 già pronto per la grande notte dei David di Donatello: minicar che sfrecciano veloci, addetti in abito scuro, gli ultimi preparativi sul red carpet ancora vuoto. Dall’altra parte della strada, invece, il presidio delle maestranze e dei lavoratori dello spettacolo del movimento #siamoaititolidicoda. Hanno indossato maschere bianche senza volto per rappresentare la propria invisibilità agli occhi delle istituzioni, mentre sotto i gazebo si alternano interventi e testimonianze di chi racconta mesi senza lavoro e produzioni ferme. Due immagini opposte del cinema italiano, separate solo da pochi metri ma distantissime nel racconto del presente del settore.

Una manifestazione simbolica che denuncia una crisi “senza precedenti”, descrivendo un comparto “agonizzante”, oppresso da produzioni ferme, precarietà diffusa e incertezza sui finanziamenti.

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di Arianna Finos

Nel documento diffuso durante il presidio romano, il movimento, nato nelle ultime settimane e sostenuto da oltre 1.300 firme — accusa il governo di aver prodotto “danni strutturali gravissimi” nel tentativo di affermare “una propria egemonia culturale”, sortendo però l’effetto opposto: logorare il settore dall’interno. “Non riteniamo ci sia nulla da festeggiare perché il settore è in ginocchio”, scrivono i promotori, denunciando una situazione in cui “i privilegi di pochi non possono più prevaricare sui bisogni vitali dei molti”. Nel mirino anche le recenti dichiarazioni del ministro della Cultura Alessandro Giuli, bollate come “lacrime di coccodrillo”. Il movimento chiede interventi immediati a tutela delle maestranze rimaste senza lavoro, e precisa: “Quei famosi 20 milioni di euro che il ministro vorrebbe destinare alle maestranze non devono assolutamente finire nel calderone indistinto del fondo, ma vanno indirizzati direttamente a tutti quei professionisti che da mesi sono senza occupazione”.