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La retromarcia sui tre gip, il balletto sull'età pensionabile da portare a 72 anni e il revanscismo sui limiti alle intercettazioni come fonti di prova che sarebbero un regalo alla mafia sono tre segnali da non sottovalutare

Il partito dei giudici reclama il suo bottino. Nel fiume carsico che separa politica e magistratura ribollono vecchie e nuove istanze. Ma stavolta le toghe sembrano volersi giocare la partita a viso aperto. La retromarcia sui tre gip, il balletto sull'età pensionabile da portare a 72 anni e il revanscismo sui limiti alle intercettazioni come fonti di prova che sarebbero un regalo alla mafia sono tre segnali da non sottovalutare.

A finire suo malgrado in questa partita è il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, molto ascoltato nella maggioranza e dentro Fratelli d'Italia, la cui segnalazione sul rischio di "sostanziale arretramento dell'efficacia dell'azione di contrasto" (originariamente riservata per le vie brevi, come in altre circostanze) è finita anche sul Corriere della Sera. L'allarme di Melillo è chiaro: i limiti alle intercettazioni "a strascico" ripristinati dalla riforma del 2023 che impediscono ai brogliacci utilizzati in un procedimento di confluire in uno diverso da quello per cui è stato disposto, secondo Melillo rallentano le indagini e ingolfano le Procure, costrette a "sdoppiare" lavoro e costi. La norma che allineava mafia e terrorismo alla corruzione nella Pa, firmata dall'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede e nota come Spazzacorrotti, era tornata al suo orientamento iniziale del 1989 grazie a un emendamento di Forza Italia all'articolo 270 del codice di procedura penale, in nome di "un sacrosanto bilanciamento tra privacy e indagini che spetta al Parlamento determinare".