Adieta, sempre, da lunedì. Cibi che fanno dimagrire contro cibi che fanno ingrassare, menu salva-linea contro piatti proibiti, i concetti di light e di senza: senza grassi, senza zuccheri, senza paura. Il lessico della dieta funziona per allarmismi e dicotomie, schieramenti e fazioni, sgarri e sensi di colpa. Ma non è il cibo in sé a far dimagrire o ingrassare, è semmai il cibo in noi, ossia come entra nella nostra vita e nelle abitudini e routine alimentari.

Il No Diet Day, che ogni 6 maggio invita a riflettere sulla cultura della dieta e a interrogarsi sul nostro rapporto con il corpo e con il cibo, oggi si è arricchito di nuovi significati rispetto a quando fu istituito per la prima volta nel 1992 come rifiuto delle diete estreme. In questi decenni, il 6 maggio è stato reinterpretato parecchio assorbendo i concetti della body positivity, toccando argomenti legati alla salute mentale e disordini alimentari e all’educazione alimentare. Andando di pari passi con i cambiamenti che sono avvenuti nella società e nel sensibilissimo rapporto che abbiamo con il cibo e il nostro corpo.

È qui che il tema dei cibi proibiti diventa centrale. Perché una delle eredità più dure a morire della “diet culture” (quel clima sociale che ci spinge a leggere il cibo in termini di controllo e rinuncia e il corpo come qualcosa da correggere e misurare) è proprio l’idea di criminalizzare alcuni cibi. Non per quantità, frequenza, preparazione o contesto, ma per natura: come se un piatto fosse, per il solo fatto di esistere, causa dei chili superflui e di conseguenza chi lo consuma colpevole di non saper dimagrire. Questa visione ha prodotto generazioni di persone abituate a pensare al cibo unicamente come a un conteggio di calorie e grassi ingeriti. O, peggio, spaventate da piatti contenenti taluni ingredienti o cucinati con tecniche considerate poco dietetiche. Molti di questi piatti, tipici della tradizione italiana.