La droga, perlopiù hashish e cocaina, arrivava dalla Spagna e dal Marocco in «ingenti quantità» per venire smerciata nelle piazze di spaccio della Capitale. E le transazioni superavano quasi sempre i duecentomila euro. Manuel Grillà e Giuliano Cappoli, Maverick e Neymar come li chiamano nel mondo criminale, dal 2020 avevano messo in piedi «un’organizzazione» imponente: uomini, mezzi, armi. E soprattutto potere. «In contatto con noti soggetti di vertice del narcotraffico, in particolare Leandro Bennato, Giuseppe Molisso e l’albanese Elvis Demce», si muovevano da boss. Droga, sequestri, estorsioni, agguati, regolamenti di conti. Volevano espandersi e, armi in pugno, cercavano di «piazzare la merce» e di posizionarsi come gruppo, approfittando del «periodo di estrema tensione dovuto al conflitto tra il gruppo degli albanesi» e quello riconducibile al clan Senese. Una faida tra clan arrivata sin dietro le sbarre del carcere di Rebibbia. La racconta l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia della Procura capitolina, condotta dal nucleo investigativo dei carabinieri di Roma, che ha portato a diciotto arresti: sedici le persone finite carcere e due ai domiciliari. E la lista di accuse, contestate a vario titolo, è lunga: traffico internazionale di droga, spaccio, armi, sequestro di persona, estorsione, riciclaggio e tentato omicidio con l’aggravante del metodo mafioso.Il clan, si legge nelle oltre duecento pagine di ordinanza, era strutturato. Al vertice Grillà che, pure dalla cella, teneva saldo il ruolo di «promotore, organizzatore e finanziatore dell’associazione». Organizzava e «dirigeva gli approvvigionamenti, manteneva i contatti con i fornitori», monitorava perché le regole del gruppo venissero rispettate. Chi sbaglia? Viene considerato colpevole senza possibilità di appello. E «dev’essere messo a posto». E così quando un intermediario del gruppo viene accusato di aver rubato duecentomila euro da una partita di hashish, il padre viene rapito a Sulmona e trascinato in un casolare isolato in Abruzzo per convincere il figlio a ripagare il debito e mettere a posto le cose. «Ah fraté, ma si sono fatti rubare duecentomila euro a Barcellona oh! Ho fatto un sequestro, ho sequestrato il vecchio no?», scriveva Grillà al suo socio. Allegando le foto dell’uomo legato a una sedia, con una pistola puntata alla tempia: «Un peccato morì a 66 anni per 150mila euro eh?». Da un lato il sequestro per recuperare i soldi, dall’altro la spedizione punitiva, in Spagna, contro un ragazzo di origine marocchina, considerato «complice» del furto, che viene preso a botte e accoltellato. «Fraté, hanno fatto il morto eh», scrivevano nei messaggi su WhatsApp finiti nelle mani degli investigatori dei carabinieri di via In Selci. «A regà calcola, un cazzotto in faccia e tipo cinque coltellate…vabbè braccia, gambe, da tutte le parti. Poi troppa gente, siamo dovuto scappà. Regà vo giuro su Dio, è morto penso. Sangue da bocca e da tutte le parti. L’avemo giustiziato in piazza». E la foto dell’uomo, steso a terra, viene inviata come monito: «Intanto t’amo fatto amico tuo, te sei il prossimo. E all’ultimo te faccio patì le pene dell’inferno. Ricordati ste parole». Tra le bande della droga l’equilibrio si fa sempre più fragile e precario sino al 2025, quando i clan scendono in strada e sparano. Due gli agguati, nel quartiere Tuscolano, il 23 novembre e l’11 dicembre dell’anno scorso, cinque gli attentati sventati dai carabinieri del Comando provinciale di Roma tra il 14 e il 19 aprile. E, si legge negli atti d’indagine i capi dell’organizzazione avevano deciso di affidarsi un killer cileno, nascosto in una villa a Ciampino, per colpire senza essere visti. L’inchiesta, che ha preso il via nel maggio 2025, documenta un gruppo spregiudicato e potente. Così potente da riuscire a influire pure nelle dinamiche del carcere di Rebibbia, organizzare spedizioni punitive e pilotare la scelta delle celle in cui quelli del clan avrebbero scontato la detenzione. Come «al grand hotel».