In questa fase non è molto complicato per Giorgia Meloni prendere le distanze da Donald Trump. Sembra passata un’eternità da quando si mandavano i complimenti a vicenda o gli staff diffondevano le foto della loro assoluta complicità: eppure sono trascorsi solo un pugno di mesi. Ieri, però, la presidente del Consiglio ha fatto una scelta precisa, molto tattica, elaborata con i suoi consiglieri. Non ha definito, come l’ultima volta, «inaccettabili» gli attacchi di Trump a papa Leone XIV, e non ha risposto all’ennesima critica al pontefice scagliata dal presidente americano, in perenne ricerca di applausi e di legittimazione per la guerra scatenata contro l’Iran.

Dopo una lunga analisi a Palazzo Chigi è stato deciso che a replicare, in difesa di Prevost e a nome di tutto l’esecutivo, sarebbe stato Antonio Tajani, ministro degli Esteri, vicepremier e leader di un partito che, pur a destra, non può essere minimamente tacciato di simpatie trumpiane. «Gli attacchi nei confronti del Santo Padre non sono né condivisibili né utili alla causa della pace. Ribadisco il sostegno ad ogni azione e parola di Papa Leone», scrive Tajani su X, aggiungendo, a conclusione del messaggio, per chiarire che sta parlando anche per conto di Meloni: «Una visione che condivide anche il nostro governo, impegnato attraverso la diplomazia a garantire stabilità e pace in tutte le aree dove ci sono i conflitti». Questa volta anche l’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini, evita di far mancare un segnale di compattezza e chiosa: «Il Papa non si discute, si ascolta».