«I familiari delle vittime della Uno Bianca insistono da sempre perché venga accertata l’esistenza di un terzo livello. E le parole di Savi vanno esattamente in questa direzione». Da oltre quindici anni la giornalista Francesca Fagnani scava nei grandi gialli italiani legati alla criminalità organizzata. Lo fa attraverso le voci di testimoni e degli stessi protagonisti delle pagine più buie. E quella della Banda della Uno Bianca è sicuramente una di queste. Durante la puntata di debutto di Belve Crime, andata in onda su Rai 2 il 10 giugno dello scorso anno, aveva ascoltato la ricostruzione di Eva Mikula, l’ex fidanzata di Fabio Savi. Indagata e poi assolta dall’accusa di concorso negli omicidi del gruppo criminale, lei è stata condannata per un reato minore: il furto di 10 milioni di lire ai danni del suo compagno, avvenuto poco prima della loro cattura. L’incontro con il capo della banda, l’ex poliziotto Roberto Savi, è andato in onda ieri sera. Lui sta scontando l’ergastolo nel carcere di Milano-Bollate. E in più di trent’anni non aveva mai rilasciato interviste. Nelle sue risposte i «non so, non ricordo» sono tanti, ma è ricorrente un aspetto che, oggi, può segnare una svolta. «Lui fa chiaramente riferimento a un a rete investigativa che avrebbe protetto le loro azioni criminose per sette lunghi anni - conferma Fagnani - E fa riferimento ad alcuni apparati, dicendo molto. Dicendo che alcune delle loro azioni venivano commissionate da altri, come abbiamo già visto in altri contesti. Racconta che spesso si recava a Roma per parlare con qualcuno, facendo sempre riferimento a questi apparati». Uomini della polizia, dell’Arma, della Guardia di Finanzia. Tutti legati, in qualche modo, ai Servizi. «È proprio quello che i parenti delle vittime chiedono di accertare attraverso una nuova inchiesta».
Francesca Fagnani: “Spero si riapra il processo sulla Uno Bianca, le famiglie aspettano giustizia”
La giornalista che ha intervistato Roberto Savi: “È fondamentale accertare chi ha aiutato la banda”











