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5 MAGGIO 2026

Ultimo aggiornamento: 15:41

“Ogni tanto venivamo chiamati: ‘Facciamo così’, e facevamo così”. E ancora: “Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma”. Favori in cambio di copertura: in questa maniera, la Banda della Uno bianca sarebbe riuscita ad andare avanti con i suoi crimini, che costarono la vita a 24 persone, per ben sette anni. È quanto ha sostenuto Roberto Savi, ex poliziotto e insieme al fratello Fabio uno dei capi della banda, in un’intervista concessa a Francesca Fagnani per “Belve Crime” in onda su Raidue martedì sera.

In sostanza, confermando quanto disse in passato (“Ad un certo punto della storia si sono inseriti dei personaggi che non sono dei delinquenti, i quali ci hanno garantito la copertura della rete investigativa”) Savi – recluso da 32 anni – prospetta un legame con pezzi deviati dei Servizi segreti. Anche per questo, dice Savi, gli inquirenti “ce la mettevano tutta, ma non ci trovavano, non ci prendevano”. L’ex poliziotto, rinchiuso nel carcere di Bollate, ricostruisce quanto avvenuto durante la rapina nell’armeria di via Volturno, il 2 maggio 1991, quando insieme al fratello Fabio uccise la proprietaria Licia Ansaloni e il collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo.