L’Inter è ai vertici da sette stagioni ed è riuscita a vincere tre scudetti negli ultimi sei anni perché ha due ottime squadre. Una è quella che va in campo, l’altra è quella che lavora dietro le scrivanie. Il management nerazzurro non è solo più talentoso rispetto a quello delle rivali, è anche e soprattutto il più affiatato. Non si perde in lotte di potere interne o litigi pubblici, e questo lo rende un’eccezione nel nostro calcio. Una squadra. Quando il capitano-presidente Marotta arriva nel dicembre 2018, trova la coppia Ausilio-Baccin già formata e, da grande dirigente, capisce subito che andava blindata e valorizzata. D’altronde, di Ausilio bisognerebbe rimarcare la camaleontica capacità di lavorare con tutti (da Branca a Sabatini) e tutto (da Moratti a Thohir, passando per Zhang e Oaktree) con uguale efficacia. Da uomo-squadra, appunto, più che da dirigente a caccia di gloria personal-professionale. E infatti l’Inter è cambiata più volte in altissimo (la proprietà), ma mai in alto (la dirigenza). Oaktree non si è sognata minimamente di toccare una cabina di comando in cui le mansioni sono divise ma le competenze si integrano, e ora festeggia il suo primo scudetto.

CONTINUITÀ

Quando aveva trovato continuità in Maldini e Massara, il Milan era riuscito a battere proprio l’Inter. Poi Cardinale ha deciso di mettere i suoi uomini, perdendo identità e direzione. Furlani compie 4 anni ma sono pur sempre i primi 4 nel mondo del calcio. Il Diavolo si è dotato di un ds (Tare) solo la scorsa estate, ripiegando dopo aver chiuso con Paratici: un dettaglio che non è un dettaglio. Pure Ibrahimovic ha rappresentato un’anomalia manageriale: assunto come consigliere, ma di fatto dt operativo nel primo anno e poi improvvisamente dietro le quinte. Una gestione dilettantesca che puntualmente crea problemi in campo: ora Allegri è abbandonato alle sue lacune tecniche e rischia la Champions.