Roma, 5 mag. (askanews) – La Cina ha aperto un nuovo fronte nello scontro con gli Stati uniti sul petrolio iraniano, ordinando nei giorni scorsi alle imprese che operano nel paese di non rispettare le sanzioni americane contro cinque raffinerie cinesi accusate da Washington di acquistare greggio da Teheran. Una decisione che arriva a pochi giorni dal possibile vertice del 14-15 maggio tra il presidente Usa Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping e che getta un’ombra sulla ripresa del dialogo bilaterale, trasformando il dossier energetico iraniano in un nuovo banco di prova del confronto strategico tra le due maggiori economie mondiali.
Il provvedimento, adottato dal ministero del Commercio cinese, segna la prima applicazione concreta delle norme di Pechino pensate per bloccare gli effetti delle sanzioni straniere considerate illegittime. Il messaggio è diretto: le misure americane contro le raffinerie cinesi non devono essere riconosciute né applicate all’interno della giurisdizione cinese.
L’ordine riguarda cinque società del settore della raffinazione, tra cui Hengli Petrochemical (Dalian) Refinery, colpita di recente dal dipartimento del Tesoro Usa, e quattro raffinerie indipendenti, le cosiddette ‘teapot’: Shandong Jincheng Petrochemical Group, Hebei Xinhai Chemical Group, Shouguang Luqing Petrochemical e Shandong Shengxing Chemical. Le autorità cinesi hanno intimato alle imprese e agli operatori presenti nel paese di non dare esecuzione alle sanzioni statunitensi.






