Milano, 4 mag. (askanews) – Le indicazioni geografiche (IG) osservate da oriGIn hanno chiuso il 2025 con 58,9 miliardi di euro di export e 73,1 miliardi di fatturato. Il dato che pesa di più è un altro: le vendite all’estero valgono ormai l’80,6% del totale. In una fase segnata da costi crescenti, domanda meno brillante e tensioni commerciali, è lì che il sistema ha trovato la sua tenuta. Il dossier “GI Trends” 2026 prende in esame 32 gruppi di indicazioni geografiche di 20 Paesi e 5 continenti. Dentro ci sono vini, spiriti, prodotti agricoli e manifatture. Il panel mette insieme nomi molto grandi e realtà più piccole, ma decisive per l’economia locale, con l’intento di restituire un’immagine credibile di un universo che nel mondo supera le 20mila indicazioni geografiche riconosciute.

Il campione censisce anche 638.982 occupati diretti, oltre 1 milione di chilometri quadrati di superficie coinvolta e, per 18 gruppi rispondenti, 13.821.200 visitatori l’anno nelle strutture legate alle rispettive produzioni. Il turismo connesso alle indicazioni geografiche emerge così come una parte non secondaria dell’economia dei territori, accanto alla filiera produttiva in senso stretto. Il 2025 non è andato nello stesso modo per tutti. Quattordici gruppi hanno registrato un aumento del valore delle vendite rispetto al 2024, dodici un calo, sei una situazione stabile. Il quadro che ne esce è meno compatto di quello degli anni passati e riflette un contesto più nervoso, condizionato da dazi, instabilità geopolitica e frenata di alcuni mercati.