A 80 anni dalla prima schedina, gli uomini restano i super giocatori, ma le donne, anche giovanissime, seguono a ruota. Colpa di solitudine e...

di Giuliano Aluffi

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Il 5 maggio 1946 si giocò la prima schedina del Totocalcio (ma il nome ufficiale arriverà solo nel 1948). Vinse un uomo: Emilio Biasotti. Il 26 giugno dello stesso anno, Emma Chiantore incassò 1.296.646 lire, la prima donna a farlo. Ma se c’è una parità tra i sessi che non vale la pena inseguire è proprio quella nel gioco d’azzardo, tanto più in un’industria che oggi mette in campo ogni strategia per aumentare la dipendenza di chi ne rimane invischiato. Per le donne, poi, è più difficile identificare il problema e chiedere aiuto. Eppure, le italiane scommettono sempre di più: nell’ultimo report Ipsad del Cnr, quelle che hanno giocato almeno una volta nei 12 mesi precedenti sono il 41% (contro il 52% degli uomini). Cinque anni prima erano il 34,4% (51,1% gli uomini). Una forte crescita, in un settore che vola: negli ultimi vent’anni il volume degli affari è passato da 15 a oltre 136 miliardi di euro (+800%). Le donne che hanno giocato nell’ultimo mese sono il 15% (contro il 27% degli uomini). Offline (tabaccherie e ricevitorie), i giochi preferiti sono: Gratta e vinci (82,2%), Superenalotto (38,3%), Lotto (29,3%). Online, invece, i primi due si scambiano la posizione, ma in fondo resta il Lotto. “Le femmine preferiscono giochi basati sulla fortuna più che sull’abilità, forse perché, in assenza di una tradizione consolidata come quella per le scommesse sportive, risultano più accessibili”, spiega la sociologa Sara Rolando. “Il problema è che questi giochi comportano un rischio maggiore, soprattutto quando sono immediati”.