Online, oggi, si può scommettere su tutto, persino su elezioni e accordi di pace. A guadagnarci (tantissimo) sono in pochi. A rimetterci è soprattutto la verità
di Valerio Bassan
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Scommettere sull’attualità non è nulla di nuovo. Noi italiani, per dire, siamo stati pionieri. Già nel 1503, durante il conclave che portò all’elezione di Giulio II, puntare sui papabili era considerata una cosa normale. Le case bancarie romane arruolavano decine di messaggeri, i sensali, per trasportare informazioni riservate e “poste” dal Vaticano al centro della città. La pratica continuò indisturbata fino all’arrivo di Papa Gregorio XIV e all’emissione della sua Cogit nos, la bolla in cui minacciava di scomunicare gli scommettitori. Funzionò: ancora oggi il betting sugli eventi religiosi è vietato in Italia.
Secoli dopo, a New York, nacque il Curb Market. Letteralmente: il mercato del marciapiede. I broker, vestiti con colori sgargianti per farsi riconoscere, accettavano scommesse dai passanti, anche sotto la neve e la pioggia, mentre i clerks si affacciavano dalle finestre dei palazzi circostanti e urlavano le puntate ricevute al telefono dai clienti. Le quote rilevate al Curb Market erano oro per giornali e politici, che le monitoravano in tempo reale per capire chi avrebbe vinto le elezioni. Erano i sondaggi dell’epoca: prima che nascesse Gallup con i suoi campionamenti statistici, c’era la saggezza della strada.













