Donald Trump e i Pasdaràn, che oggi sembrano in controllo del potere iraniano, non si esprimono sulla stessa lunghezza d'onda, e questo potrebbe portare a nuove tragedie. Non si tratta solo del fatto che gli iraniani vorrebbero trasformare in extremis la loro sconfitta in vittoria, né del fatto che Trump vorrebbe vedere il crollo di quel regime, ma del fatto che hanno una visione completamente diversa dei negoziati. Trump vuole chiudere al più presto un capitolo su quale ha speso sin troppe risorse per aprirne qualche altro che potrebbe raccogliere maggior consenso anche all'interno degli Stati Uniti, sia esso Cuba, la Cina o quant'altro. Per questo ha bisogno di un accordo in tempi brevi che consenta la riapertura totale di Hormuz e quanto meno una forte concessione iraniana sul nucleare. I Pasdaràn sono disponibili ad un compromesso su Hormuz che però, a loro dire, richiederebbe almeno un mese di negoziati e sono inflessibili sul nucleare e su tutte le altre questioni, anche se disponibili a parlarne in lunghi negoziati (il trattato che affidava all'Aiea il controllo dell'arricchimento iraniano dell'uranio richiese circa tre anni di incontri).
Le due tabelle di marcia sono incompatibili, anche volendo ignorare le differenze sulla sostanza. Ma Trump non può concedere all'Iran i tempi lunghi che lo metterebbero in gravi difficoltà politiche interne e l'Iran non sembra in grado di accordarsi su qualche reale concessione da offrire agli americani, forse perché i suoi equilibri politici interni sono saltati. Nell'un caso come nell'altro è la politica interna a motivare i negoziatori più che il quadro internazionale o quello militare.






