L’Italia di Fanny Ardant è un mosaico di ricordi straordinari, tessere che si rimettono insieme per restituire la memoria di incontri speciali, quando Vittorio Gassmann andava a vederla a teatro a Parigi o gli amici italiani constatavano, divertiti, di averle finalmente insegnato a ridere: «Non ho un carattere leggero, sono pesante, però mi piacciono tanto l’umorismo, l’insolenza, la ribellione. In Italia, avvertivo una leggerezza, quell’arte di vivere, che si ritrova in tutto, nella pittura, nell’architettura, nella musica, nella gente. Basta entrare in un caffè, scambiare due parole, e si sta meglio». Nel testo scritto in occasione della mostra Ettore Scola Non ci siamo mai lasciati, curata dalla figlia Silvia e da Alessandro Nicosia Ardant rievoca una delle tante serate con il regista: «…amavo tutti loro, mi avevano aiutato a vivere, mi avevano insegnato la disinvoltura come scudo, l’amicizia, la finta spensieratezza, la vera generosità, e il riso come arma di fronte al dolore».

Nella Famiglia e poi nella Cena ha recitato con Gassmann. Che rapporto avevate?

«Quando sono stata molto infelice, faceva finta di non essere triste, mi comunicava energia. Veniva a vedermi a Parigi a teatro, dopo lo spettacolo andavamo a cena, parlavamo di tutto. Mi piaceva tanto, Vittorio era un gran timido, anche collerico, e io amo la collera, la osservo come l’eruzione di un vulcano, preferisco le persone così a chi somiglia a un fiume che scorre tranquillo».