Ad occhio in Italia c’è molta libertà di stampa. Caso più unico che raro il nostro sembra essere uno dei pochissimi, o forse l’unico paese al mondo ove i mezzi di comunicazione di massa, compresi quelli statali, sono in maggioranza fortemente critici del governo in carica. Ammettiamo però che, in questi casi, piuttosto che andare per intuito, sia meglio basarsi sui dati.
Ieri è stato reso noto il “World Press Freedom Index 2026” stilato da Reporters sans frontières. Stando al rapporto, l’Italia sarebbe retrocessa dal 49° al 54° posto su 180 paesi. Cosa significa? La percezione forse ci fa illudere che da noi ci sia ancora più libertà di stampa di quel che è? Hanno forse ragione i leader delle opposizioni che hanno avuto occasione, anche in questo caso, di fare quello che riesce loro meglio, cioè ricondurre ogni male al governo Meloni?
Per rispondere in modo sensato a domande di tal fatta bisogna indagare su come siano state costruite le griglie con cui si è definita la libertà di stampa in questo report e poi come siano stati analizzati, alla luce di questi parametri, i dati posti dalla realtà. Stiamo a quanto ci dicono gli stessi estensori del rapporto. In Italia, essi scrivono, «la libertà di stampa continua a subire le minacce delle organizzazioni mafiose, in particolare nel sud, come anche di diversi gruppuscoli estremisti che esercitano violenze». Che la mafia e le organizzazioni affini tengano i giornalisti lontano dai loro affari, con minacce e azioni intimidatorie, è un dato di fatto. È un problema atavico di cui certamente il governo attuale non può essere accusato e che può essere contrastato solo con un lavorodi lunga lena che proprio questo esecutivo, con i cosiddetti “decreti sicurezza”, sembra aver intrapreso. Lo stesso vale per i gruppuscoli estremisti, che sono soprattutto, anche se il rapporto non lo dice, quelli appartenenti al mondo degli antagonisti e degli anarchici, e su cui la sinistra non ha mai avuto il coraggio di dire una parola chiara.










