Da bravo bergamasco ho sempre cercato di farmi piacere I Promessi Sposi. E con poco sforzo, a dire il vero: come non apprezzare il Grignapoco, bergamasco ancora più “bravo” di me, o l'orgoglioso pescatore orobico il quale, a Renzo che gli chiede quale sia quel paese laggiù oltre l’Adda, piccato risponde: «La città di Bergamo»? E divertente è la delusione dei bergamaschi, sul finire della storia, quando scoprono che Lucia non è neanche ‘sta grande bellezza. Li amavo perché avevano un’aria di casa, come le polpette di Tonio e Gervaso. Ma capirci qualcosa davvero, nel romanzo, comprendere perché quello di Manzoni è un grande libro e non solo un lungo compito delle vacanze, ho cominciato a farlo a quarant'anni suonati; e grazie a un altro grande libro che ne è quasi l’opposto.
Nel 2010, o giù di lì, ho riletto tutta la trilogia di Dumas sui Moschettieri. Romanzi popolari quanto quello di Manzoni è letteratura alta. Libri di un progressista: Dumas, figlio di un generale mulatto agli ordini della Rivoluzione, fu uno dei finanziatori dell’impresa dei Mille. Eppure, quando scriveva era stranamente nostalgico, persino reazionario. Poi mi spiego. I due romanzi, Promessi sposi e Tre Moschettieri, oltre che scritti grossomodo nello stesso periodo storico, narrano vicende quasi coeve: D’Artagnan passa da Meung agli inizi di aprile 1626, Don Abbondio fa il suo spiacevole incontro coi bravi il 7 novembre 1628.








