La poetessa del “not yet”, di ciò che non c’è ancora e del futuro impalpabile, arriva in Italia con la sua prima personale. Da oggi fino al 20 settembre il Castello di Rivoli ospita Cecilia Vicuña: El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso), la mostra dell’artista cilena premiata con il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia del 2022. Cuore dell’esposizione, allestita nella Manica Lunga, una gigantesca installazione site-specific realizzata in lana e appesa a una struttura di bambù che copre l’intero corridoio. L’artista la immagina come un “quipu acostado” (nodo, in lingua Quechua), un termine che anticamente descriveva una corda annodata utilizzata dalle popolazioni andine come sistema di registrazione di informazioni amministrative, astronomiche e storico-narrative. Un’opera monumentale «Questa è una mostra che ritengo veramente straordinaria. Porta alla ribalta un’opera monumentale di grandissimo impatto emotivo che funge da collegamento. Collega le persone con l’ambiente, con la spiritualità, con mondi interiori, passati e futuri – commenta il direttore del museo Francesco Manacorda –. È una delle magie che il Castello di Rivoli, con la sua capacità di ispirare gli artisti, ci permette di portare al mondo. In questo caso Cecilia ha risposto non solo all’edificio, ma a tutta la Val di Susa e alle condizioni dell’ecosistema mondiale, con un regalo e uno strumento di riflessione per tutta l’umanità». Opere perse nella natura La curatrice Marcella Beccaria aggiunge: «Cecilia è un’artista immensa, non ci sono parole per descrivere la profondità di una visione che riesce a farci percepire al di là di ciò che è visibile». Autrice di un enorme corpus di opere che, come specifica Beccaria, «ci sono e non ci sono. Alcune sono rimaste con noi, nelle collezioni di importanti musei di tutto il mondo, e altrettante sono state affidate da Cecilia agli elementi naturali. Al tempo, al vento, al sole, all’acqua, alle memoria». Quella che prende forma è dunque una grande mostra “fatta di niente”, che però dice tanto, dice tutto. Il castello come un mega maglione L’installazione dialoga con il Castello, ma anche con il paesaggio che si scorge fuori dalle ampie finestre. La Manica Lunga diventa una manica vera e propria, parte di un immaginario maglione di lana, una sorta di prolungamento del corpo dell’artista. «Quando ho visto le montagne ho subito capito che quello che volevano era la rappresentazione della loro neve che si scioglie» spiega Vicuña. Un residuo simbolico del ghiacciaio che decine di migliaia di anni fa dominava la zona e che ha poi dato origine alla collina morenica su cui sorgono Rivoli e lo stesso Castello. Un ambiente nato dai detriti, proprio come le opere dell’artista cilena, che sottolinea: «Il mio lavoro si basa sul concetto di circolarità, di rigenerazione. La morte altro non è che un atto di bellezza, di ritorno alla vita». Il percorso attraverso il “quipu” «In un momento in cui siamo tutti malamente abituati a percepire l’arte come qualcosa di retinico, fruire quest’opera vuol dire respirare dentro al “quipu”, sentire il modo in cui la nostra presenza lo altera – conclude la curatrice –. Significa godere degli istanti e delle percezioni sensoriali che tendiamo a non essere più capaci di percepire». Il percorso attraverso il “quipu”, accompagnato da un’installazione sonora con la voce dell’artista e dai suoi “poemi a muro”, termina con tre opere video sui temi dell’ecologia e dell’identità culturale. Parte della mostra è inoltre un secondo lavoro, nato da un’azione collettiva che ha coinvolto la comunità locale nella raccolta di piccoli materiali come pigne, legnetti e sassolini. I materiali sono poi stati affidati agli studenti dell’Accademia Albertina, che li hanno utilizzati per costruire lo scheletro di una canoa, ponte tra acqua, aria e terra. L’opera, esposta all’esterno, sarà soggetta agli agenti atmosferici, sferzata dal vento e dalla pioggia finché non ritornerà a essere parte della natura.
Il ghiacciaio di lana che si scioglie: al Castello di Rivoli la personale di Cecilia Vicuña
In mostra un’imponente opera site-specific: appesi a canne di bambù, nodi di stoffe rappresentano la neve che si fa acqua, a rappresentare la Val di Susa






