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29 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 8:02

“Si accetta il diritto al lavoro di un imputato, ma non il livore che spesso minimizza la violenza dei calciatori. È un problema sistemico. In Italia sembra di essere secoli indietro”. È da questa constatazione netta che prende le mosse il ragionamento dell’avvocata Claudia Bini, dell’associazione “Donna Chiama Donna” di Siena, impegnata nella tutela delle vittime di violenza di genere e parte civile nel processo al calciatore Manolo Portanova, condannato anche in secondo grado per violenza sessuale. Nell’intervista, Bini affronta il difficile equilibrio tra presunzione di innocenza e responsabilità sociale quando a essere coinvolti sono atleti che in alcuni casi vengono guardati dai giovani come esempio. Il suo punto di vista mette in discussione il ruolo delle società sportive, accusate di non prendere posizione e di contribuire, anche indirettamente, alla normalizzazione di comportamenti gravissimi. Al centro della riflessione anche l’impatto della narrazione mediatica e della reazione del pubblico sulla cultura della denuncia e sulla percezione delle vittime. “Mi sembra significativo che la società non gli abbia neppure tolto la fascia di capitano”, il calciatore è infatti il capitano della Reggiana.