Èstata forte, nei giorni scorsi, la protesta dei sindacati - ma più in generale di chiunque lavori nella scuola - legata alla riforma degli istituti tecnici che prevede, da settembre, il passaggio da un percorso quinquennale a uno di 4 anni da implementare con successivi 2 di Its. I motivi della decisa opposizione sono legati, per lo più, alla drastica riduzione di cattedre, quindi posti di lavoro, che la riforma prevede. Ma l’impressione è che il progetto sia drammaticamente coerente con le politiche legate alla scuola degli ultimi vent’anni: trasformare sempre più gli anni di formazione della personalità in un corso accelerato per ottimi lavoratori con scarso senso critico. E al ministero non ne fanno mistero, visto che le finalità esplicite sono quelle di «adeguare i curricoli alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo».

Insomma: se ti iscrivi in un istituto tecnico, è inutile che conosca bene anche letteratura italiana, storia o materie scientifiche oltre allo stretto necessario per la professione che svolgerai. Come se i futuri lavoratori non fossero prima di tutto persone e cittadini. Un progetto iniziato con l’introduzione della famigerata Alternanza scuola-lavoro (poi Pcto, ora Fsl): la scuola serve solo per inserirsi nel mondo del lavoro. In quest’ottica si colloca l’esigenza di risparmiare: se la formazione culturale dell’individuo è secondaria (o scompare del tutto), perché non ridurre le spese ridimensionando materie poco «professionalizzanti»? È la politica perseguita dai tempi della sciagurata riforma Gelmini, portata avanti da accorpamenti surreali che hanno generato ircocervi come «geostoria» e ora la fusione di scienze, chimica e fisica in «scienze sperimentali».