Putin usa l’Iran come leva globale, ma non può rischiare di compromettere il suo obiettivo strategico: vincere, magari a tavolino, la guerra con l’Ucraina. A San Pietroburgo, al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi offre copertura politica e sponda negoziale. Ma calibra le parole, perché la partita decisiva resta Kiev e passa dal rapporto con Trump. È un disegno lucido: usare Teheran per pesare in Medio Oriente, senza minare le buone relazioni con Washington. Nel frattempo, incassare i dividendi della crisi energetica grazie al prezzo del petrolio russo alle stelle dopo la chiusura di Hormuz.
Putin dice di avere ricevuto la scorsa settimana un messaggio dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, e tramite Araghchi gli esprime gratitudine, insieme a auguri ed elogi al popolo iraniano che combatte «con coraggio e eroismo» per l’indipendenza e la sovranità. Poi la formula diplomatica: la Russia farà «tutto il possibile» nell’interesse dell’Iran, dei popoli della regione e della pace. Parole che servono a dare rassicurazioni Teheran, ma abbastanza elastiche da non vincolare Mosca. È il linguaggio di Putin quando vuole offrire uno scudo senza però firmare cambiali in bianco. La tempistica spiega tutto. Araghchi arriva in Russia dopo essere stato in Pakistan e Oman, paesi mediatori, mentre i colloqui con l’America sono fermi e Trump ha cancellato il viaggio dei suoi inviati a Islamabad. Sul tavolo c’è la proposta iraniana: riaprire lo Stretto a patto che gli Usa rimuovano il blocco e finiscano di fare la guerra. Quanto al dossier nucleare, che è stato l’innesco di tutto, se ne potrà parlare dopo. Una sequenza che Teheran considera logica e Trump quasi irricevibile. La trattativa si è incagliata perché la guerra militare è diventata economica con il contro-blocco navale dello Stretto di Hormuz. In tempo di pace, da lì passa circa un quinto di petrolio e gas scambiati nel mondo. Strozzarlo e pretendere pedaggi significa colpire tutti. A misurare l’effetto è il Brent sopra i 100 dollari, quasi il 50 per cento in più dall’inizio del conflitto. Per l’Iran un’arma di sopravvivenza. Per Trump un rompicapo politico. Per Putin una rendita: più il prezzo sale, più Mosca incassa e attenua l’impatto delle sanzioni. Ma è una rendita instabile, non può sostituire una soluzione politica in Ucraina. Qui si inserisce la cautela russa. Come spiega l’analista Nikita Smagin al New York Times, Mosca sta «in gran parte limitando la sua interazione con l’Iran». La priorità resta l’Ucraina. Putin può usare il rapporto con Teheran come leva su Washington, ma non può trasformarlo in rottura con Trump. Il Cremlino vuole che il tycoon spinga Kiev a un accordo favorevole a Mosca. Un allineamento totale con l’Iran renderebbe questo traguardo impraticabile.













