Un alleato silenzioso, il Cremlino, che probabilmente già conosce la fine di una storia che si sta riscrivendo, quella dell’Iran e, con esso, l’intero Medio Oriente. Lo schema è quello della Siria di Bashar al-Assad, esiliato in Russia alla caduta del regime, senza che Mosca muovesse un dito a suo sostegno. E con Teheran il percorso sembra lo stesso. Alla timida condanna dell’attacco da parte di Stati Uniti e Israele al telegramma di condoglianze per la morte della Guida suprema Alì Khamenei. Ufficialmente dunque nulla più di una vicinanza di circostanza, come del resto l’altro alleato fino al 28 febbraio considerato "d’acciaio", la Cina. Ufficiosamente tuttavia Vladimir Putin sta giocando, eccome la sua partita. Probabilmente le rivelazioni del Washington Post sul fatto che la Russia stia fornendo informazioni di intelligence per colpire obiettivi statunitensi nei Paesi del Golfo hanno un fondo di verità, seppure non si dovrebbe trattare né di informazioni vitali né di un pericolo concreto considerato lo schieramento a difesa e la ridotta capacità offensiva dei pasdaran già dai primi giorni del conflitto. Per questo, lo stesso presidente Usa, Donald Trump ha minimizzato l’indiscrezione sostenendo che «non ci sono indicazioni su questo». Indicazioni più rilevanti dal punto di vista strategico ci sono eccome però. A cominciare dall’evacuazione avvenuta tra giovedì e venerdì di almeno 150 diplomatici iraniani e famiglie annesse, avvenuta nottetempo con un aereo russo partito da Beirut.
Diplomatici fuggiti in Russia, qual è il ruolo di Putin
Un alleato silenzioso, il Cremlino, che probabilmente già conosce la fine di una storia che si sta riscrivendo, quella dell’Iran e, con e...







