Un milione di specie rischia oggi l’estinzione. E, con loro, il 50% delle lingue del mondo: sono tremila quelle già classificate come “in pericolo”. Ma c’è una connessione tra l’inesorabile perdita di biodiversità in atto sul pianeta e il contemporaneo declino della diversità linguistica? Se lo è chiesto, con una ricerca particolarmente originale, un team internazionale guidato dall’università di Vienna, indagando l’eventuale legame tra due fenomeni che procedono spediti, con ricadute analoghe sulla nostra contemporaneità. Del resto, quando una specie si estingue, perdiamo un equilibrio costruito nel tempo; quando una lingua smette di essere parlata, scompare un modo specifico di nominare, classificare, dare senso all’esperienza.
E dalla ricerca multidisciplinare, appena pubblicata sulla rivista People and Nature, è emerso un fattore determinante comune: il colonialismo europeo. Per individuarlo, è in fondo bastato mappare le aree del Pianeta in cui emerge una comune vulnerabilità per le specie animali (considerando in particolare anfibi, uccelli, mammiferi e rettili) e per le lingue locali, per poi – in una seconda fase - analizzare i fattori, attuali e storici, che contribuirebbero a modellare le dinamiche di rischio. Ed è emerso, per esempio, che le minacce comuni e condivise si concentrano nelle regioni regioni insulari dell’Oceania e dell’Asia orientale, come Nuova Zelanda, Giappone e Taiwan. Zone critiche per la sopravvivenza delle specie animali sono anche altre nazioni insulari sub-tropicali, tra cui Madagascar, Haiti e Mauritius; al contrario, il pericolo per le lingue è più concentrato nelle Americhe, nell’Africa meridionale e in Australia.






