Le centrali a fusione nucleare, che stanno catalizzando grandi investimenti pubblici e privati, al momento sembrano un investimento ad altissimo rischio: continueranno a costare care per lungo tempo. Ne è convinta la squadra di ricercatori dell’ETH di Zurigoche ha studiato a lungo il caso e ne ha reso noti i risultati su Nature Energy. Tutto gira intorno al cosiddetto “experience rate” (ER, tasso di apprendimento): in pratica ogni volta che la quantità totale prodotta nella storia di una specifica tecnologia raddoppia, il costo per unità scende di una certa percentuale fissa. Ad esempio fatto 100 euro il costo di un’unità, sappiamo che storicamente (dal 1976 a oggi) il fotovoltaico si è contraddistinto per un experience rate del 20%. Quindi se per le prime 1000 unità il costo singolo è partito ipoteticamente con 100 euro, quando è passato a 2mila unità il costo è sceso a 80 euro; al raddoppio successivo – da 2mila a 4mila – è sceso a 64 euro; e così via. E in effetti il fotovoltaico oggi costa una frazione di quanto costava il secolo scorso: più pannelli si producono, più si impara a farli meglio e a minor costo. Lo stesso vale per le batterie agli ioni di litio (ER 20%), mentre l’eolico su terraferma ha un experience rate già meno competitivo poiché al 12%. E le centrali a fissione “tradizionali”? Circa il 2% e infatti i costi nel tempo sono scesi marginalmente.
La fusione nucleare è sopravvalutata: i conti non tornano
Uno studio dell'ETH di Zurigo conferma che i costi della fusione non crolleranno come quelli del fotovoltaico, ma si comporteranno come quelli del nucleare, ri…







