La festa del 25 Aprile non è solo cura e custodia della memoria della liberazione. È una domanda che ogni anno ci interroga su che cosa significhi, davvero, vivere da uomini e donne liberi. Liberi dalla dittatura e dall’occupazione, dalla paura e dalla violenza politica. Liberi da un potere che pretende di decidere chi può parlare, lavorare, esistere, dissentire. Liberi da qualcosa, dunque, ma anche liberi di essere, di costruire una vita comune, una cittadinanza più piena, una promessa di giustizia.
Libertà, se resta sola, può diventare una parola leggera. Può ridursi a spazio privato, a immunità personale, al semplice diritto ad essere lasciati in pace. Una cosa preziosa, certo. Nessuno dovrebbe dimenticare quanto sia costata, nella storia d’Italia e d’Europa, la conquista di quello spazio elementare in cui il potere non può entrare senza limite. Ma il 25 Aprile ci ricorda che la libertà democratica è qualcosa di più. Qualcosa che non nasce come privilegio dell’individuo isolato, ma come forma di liberazione collettiva. Come ricostruzione di un mondo comune dopo la sua devastazione. Come promessa che nessuno debba più vivere esposto all’arbitrio di chi comanda, alla violenza di chi esclude e all’umiliazione di chi può decidere impunemente che alcune vite valgono meno di altre.












