Margherita Fenoglio, come spiegherebbe il 25 Aprile a un ragazzo di oggi?«È la festa di tutti. È la festa per la liberazione dal giogo nazi-fascista. La Resistenza è stata fatta da cattolici e liberali, da repubblicani e comunisti, da donne e uomini, da studenti, contadini e preti, c’erano anche dei monarchici. Ecco: è la festa di tutti. Mi dispiace molto che ancora, a 81 anni di distanza, lo si debba ricordare». Suo padre Beppe Fenoglio, uno dei massimo scrittori italiani, non è mai stato così popolare fra i giovani quanto oggi. Come se lo spiega?«Forse perché le sue opere non hanno né tempo né luogo. Perché ci sarà sempre un posto dove si combatte contro la miseria e dove si combatte per la libertà. I temi sono universali. Guerra e pace. Voglia di riscatto. E poi penso per lo stile, uno stile tutto suo, che è ancora particolarmente moderno».

È vero che i ragazzi vanno al cimitero di Alba a cercare la tomba dell’autore del Partigiano Johnny?«Lasciano sigarette e fiori. Trovo bigliettini. Uno, in particolare, fece molto ingelosire mia madre. C’era scritto: “Beppe, io ti amo. Questa è la nostra questione privata”. Era una ragazza di nome Chiara, che poi mi telefonò». Al fotografo Aldo Agnelli suo padre disse: «Nella mia vita mi sono stati fondamentali il liceo e la guerra partigiana». Come fu la scuola?«Al liceo classico di Alba mio padre non incontrò degli insegnanti ma dei maestri di vita. La professoressa Maria Lucia Marchiaro fu fondamentale nel trasmettergli l’amore per la lingua e per la letteratura inglesi. E poi il professore di Italiano Leonardo Cocito, impiccato dai fascisti a un gancio di macellaio nel 1944. E il professore di Filosofia, Pietro Chiodi. Un suo compagno mi confidò: “Per noi salire in collina fu una scelta naturale”».