Il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, resta fermo, immobile, mentre attorno a lui si muove il mondo. “Ascolta tutti e parla con tutti – racconta Wang - e tutti vogliono parlare con lui”. Al di sotto c’è il ministro degli Esteri, Wang Yi, che tesse la tela, assegna ruoli, promette futuro. Ma la bussola è una sola: interesse nazionale e visione lunga. Lunghissima.

I numeri spiegano più delle parole. Nel 2025, secondo la U.S. Energy Information Administration, la Cina ha aggiunto 1,1 milioni di barili al giorno alle riserve strategiche. Totale stimato: quasi 1,4 miliardi di barili, cioè circa 3,4 volte quelle americane. Dati opachi, perché Pechino non li pubblica, ma il senso è chiarissimo: prepararsi a tutto. Anche al peggio. E infatti, quando lo Stretto di Hormuz si blocca, se l’Asia trema la Cina, invece, è calma.

Le analisi interne suggeriscono di riaprire il passaggio, ma Xi non ha fretta. “La Cina non solo può aspettare, ma sa aspettare”. Intanto aumenta la pressione. Senza strappi. Dietro c’è una strategia precisa, che passa dal mare. Pechino ha studiato Hormuz da vicino: le annuali esercitazioni navali congiunte fra Cina, Russia e Iran, le cosiddette “Security Belt”, con obiettivi espliciti: “addestramento al tiro contro bersagli marittimi, individuazione, abbordaggio, perquisizione e sequestro di navi”. Tradotto: guerra ibrida. E poi le mine navali. Una vera ossessione.