Il 15 aprile 2010, in una cittadina immaginaria della provincia francese, la cattedrale di Saint-Frésquin prende fuoco e crolla. Esattamente nove anni prima di Notre-Dame. Ma il fuoco che Emmanuel Venet scrittore e psichiatra lionese - insegue nel suo romanzo Sacro fuoco (Prehistorica, pp. 230 €18, traduzione di Alice Laverda) era già divampato nel 1988, durante un battesimo, quando padre Philippe Lardent posò gli occhi su Marie-Ange, la madre del neonato e ne fu travolto. Da quel momento in poi, le due combustioni - quella della passione e quella dell'edificio sacro - si alimentano a vicenda, finché non sarà più possibile distinguerle.
Venet è uno di quegli autori che intingono la penna nell'umorismo nero. La sua è una gioiosa impresa di demolizione dei vizi dell’epoca, condotta con la precisione di chi studia la mente umana per mestiere. Il romanzo è costruito in venticinque brevi capitoli, centrato sugli abitanti di Pontorgueil.
In questa piccola comunità dove tutti credono di conoscersi a menadito, Venet dissemina un campionario generoso di ipocrisia borghese come il politico corrotto, lo psichiatra che si addormenta durante le sedute e Blaise Muki, il capro espiatorio sacrificato per il bene comune; mentre il probabile responsabile dell’incendio - Brandon, figlio di una prostituta, smarritosi nell’alcol scomparirà senza lasciare traccia, nei meandri della burocrazia. Il meccanismo è flaubertiano nella precisione, stendhaliano nella cattiveria e parla direttamente a noi lettori.








