Non passa giorno senza che i progressisti si indignino per qualcosa. Martedì il motivo scatenante sono state le frasi di Ignazio La Russa sul 25 aprile. «Quando ero ministro della Difesa», ha ricordato il presidente del Senato, «andavo a rendere omaggio al monumento ai partigiani che c’è al cimitero di Milano, dove portavo una corona, e poi andavo al Campo 10 dove sono sepolti diversi caduti della Repubblica sociale italiana, molti ignoti». «Ci andavo in forma privata», ha aggiunto, «perché secondo me era un momento di pacificazione che, almeno quando si parla di coloro che hanno dato la vita, mi sembra doverosa. E lo rifarei». Ovviamente da sinistra è partito subito il solito coro lamentoso sulla «costituzione antifascista», i «rigurgiti fascisti» e il fatto che «se oggi La Russa può dire ciò che pensa è grazie ai partigiani». Ma è davvero così scandaloso quello che ha detto la seconda carica dello Stato? No, in realtà...
La Russa non ha parlato di “equiparazione” tra partigiani e fascisti repubblicani, né ha dato giudizi su chi ha scelto di andare a Salò. Ha solo detto che era solito visitare anche il cimitero dove sono seppelliti i caduti della Repubblica sociale. E perché non avrebbe dovuto farlo? Il presidente del Senato, tra l’altro, non è stato l’unico a compiere questo gesto. Anche Gabriele Albertini, quando era sindaco di Milano, passava (senza fascia tricolore) dal Campo 10, dove lo aspettava Carlo Borsani, all’epoca assessore regionale lombardo, che in quel cimitero aveva suo padre, cieco di guerra e medaglia d’oro, esponente della Rsi, ucciso a Milano dai partigiani il 29 aprile 1945, a guerra finita. Da allora sono passati quasi trent’anni, e paradossalmente il dibattito su fascismo e antifascismo è diventato più aspro... Trent’anni fa, infatti, anche a sinistra si poteva parlare di pacificazione.










