Più che una scalata è una acrobatica via ferrata stile dolomitico perché assai esposta ma poco inclinata come nelle più interessanti e granitiche salite tracciate sul Bianco o il Paradiso. E con tanto di diedri e camini alla Fiammes, tetti alla Rozes e strette cenge stile Pomagagnon tanto per restare in area ampezzana. E con duplice paesaggio: quello all'interno della cupola ellittica più imponente d'Europa in parte illusionisticamente dipinta su teli dal quadraturista Felice Biella e dal figusrista Mattia Bortoloni nel Settecento alla maniera monregalese e quello naturalistico con le crode imbiancate che altalenano lo scenario dal Monviso al Rosa e che si perde in trasparenti lontananze. E propria sopra alla spianata semiottagonale delimitata da bassi fabbricati porticati progettati da Antonio Vitozzi - lo stesso che iniziò la costruzione del santuario nel 1596 lasciandolo incompleto - al cui centro campeggia equestre il committente, ossia Carlo Emanuele I duca di Savoia.
La visita in quota della cupola elissoidale il cui asse maggiore sfiora i 37,15 metri e quello minore 24,80, organizzata e guidata con maestria, miete un successo dopo l'altro. Da lustri è affollata da stranieri, forestieri e piemontesi filosabaudi (è, o meglio doveva essere, una specie pantheon pure scandito dai mausolei della big family) che in sicurezza ben imbragati, casco in testa, scarponi ai piedi, cordino e moschettone in mano lentamente e con polpacci tremanti e mani incerte ascendono 266 gradini tra archi pilastri e campanili, scale e scalette, cunicoli, tunnel, camminamenti destinati un tempo alle maestranze, spirali e balaustre esplorative arrotolate ai margini del tamburo e di fianco a santissime Trinità, Glorie di Marie Assunte, Atene e Minerve, deposizioni e sepolture cristologiche che si toccano con mano a un'altezza di 52 metri, quanto si allunga l'imponente mole della cupola bucata da eleganti finestre rettangolari che illuminano le terre d'ombra naturale, i tortora, i grigi e i marroni sommessi e dominanti.






