Partendo da una mappatura (su basi nuove) del patrimonio pubblico, la digitalizzazione risulta uno dei pilastri portanti del recente intervento di riforma del Codice dei beni culturali. Per quanto di portata non sistemica, la legge 40/2026 («Gazzetta Ufficiale» del 30 marzo 2026 n. 74), entrata in vigore da pochi giorni, punta a garantire maggiore inclusività dei privati nei vari livelli di gestione del patrimonio.
Anagrafe digitale
Dei due strumenti pensati ad hoc, il primo è la creazione dell’anagrafe digitale degli stessi beni. Musei, biblioteche e archivi, aree e parchi archeologici dovranno rendere disponibili le informazioni circa le forme di gestione e la conformità dei livelli di qualità nella valorizzazione. Rispetto a quanto già noto, l’anagrafe archivia e apporta elementi aggiuntivi quali i dati relativi agli immobili in disuso, le informazioni concernenti lo stato di fruizione del bene, anche al fine del passaggio dalla gestione diretta a quella indiretta. Nelle intenzioni, lo strumento dovrebbe permettere di monitorare, ed evidenziare, i sistemi “fragili” rispetto ai grandi attrattori, posti in ambiti territoriali defilati o in zone economicamente deboli, ad esempio le aree interne, i borghi e le comunità montane. Oltre l’80% dei visitatori è infatti concentrato in sole tre regioni, e in particolare 29,7 milioni, pari al 48,8%, si sono riferiti ai siti del Lazio, 10,3 milioni pari al 16,9% quelli della Campania, 9,1 milioni pari al 14,9% quelli della Toscana. Solo il restante 19,4% dei visitatori di siti statali copre le restanti 17 regioni italiane.







