Mitico, intramontabile panino all’italiana. Un pasto veloce, da schiscetta ma anche al bar giù sotto dell’ufficio, ho-solo-cinque-minuti, bello carico, unto il giusto, con mollica o senza, pieno di specialità regionali ogni volta differenti. Bitto e bresaola in Valtellina, con la porchetta igp ad Ariccia (solo quella, rigorosamente: vorrai mica “sporcarla” con qualche salsa?), pane e panelle a Palermo. Chi lo ingurgita in piedi al bancone mentre chiacchiera col barista, chi comodamente seduto al tavolino del dehor godendosi il primo sole primaverile (regola d’oro: diffidare di chi domanda forchetta e coltello e sì, qualche irriducibile esiste ancora), chi gli viene l’orticaria a chiamarlo sandwich: signori, l’iconico panino del bar, da non confondersi con quelle pietanze da fighetti un po’ gourmet e un po’ ricercate ma senza sostanza, per noi non è un pasto, è un rito laico. Democratico, tra l’altro, dato che accontenta tutti ed è per tutti. Però, alla fine, quanto ci costa?

Sorpresa: meno di quello che pensiamo. Mediamente, da nord a sud dello Stivale, secondo l’ultimo rapporto Ristorazione 2026 che la Fipe Confcommercio, ossia la federazione italiana degli esercizi pubblici, ha appena pubblicato, giusto 3,80 euro. Sì, certo, stiamo parlando della classica ciabatta farcita prosciutto e fontina o speck e brie, leggermente tostata sulla piastra: niente di più sofisticato, ma vuoi mettere? Non c’è proprio paragone: una rosetta con la mortadella e un mezzo bicchiere di rosso, c’è cena stellata che può reggere il confronto?