Il potere in un Paese in guerra, ovunque e a qualsiasi latitudine, appartiene a colui che tiene il dito sul grilletto. In Iran, oggi, gli analisti concordano che l'uomo forte non è Mojtaba Khamenei, il figlio della Guida Suprema succeduto al padre ucciso nei bombardamenti all'inizio della guerra, ma il comandante in capo dei Guardiani della Rivoluzione, il pasdaran numero 1 Ahmad Vahidi, con la sua cerchia di alleati: dall'alto ufficiale pasdaran e segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Mohammad Bagher Zolghadr, all'ex candidato presidenziale e negoziatore sull'atomica Saeed Jalili, veterano della guerra con l'Iraq, fino al capo delle forze Quds che operano fuori dall'Iran, Esmail Qaani, e all'ex vertice dell'intelligence dei pasdaran, Hossein Taeb. Proprio Taeb avrebbe richiamato, su consiglio di Zolghadr, la delegazione negoziale iraniana in Pakistan guidata da colui che finora è stato indicato come l'interlocutore degli americani, ovvero il presidente del Parlamento, e anche lui ex comandante dei pasdaran e poi sindaco di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf.

La linea intransigente verso gli Stati Uniti prevede che il negoziato sia possibile soltanto dopo una sostanziale capitolazione americana: in pratica la fine della pressione statunitense attorno allo Stretto di Hormuz, il superamento delle sanzioni a Teheran e un'intesa sul nucleare che non vieti per sempre agli iraniani di costruire la Bomba. Ghalibaf sarebbe invece il capofila delle cosiddette "colombe", quanto meno disposte a dialogare con Trump.