Era un genio. Lo sapeva, e lo sapevano anche gli altri. Ma ecco cosa scrive.

«Come vorrei che tu fossi qui a Venezia! Ci sono tanti compagni gentili tra gli italiani che sempre più si accompagnano a me, studiosi, intelligenti, buoni suonatori di liuto e di flauto, intenditori di pittura, uomini di nobile sentimento e di onesta virtù, e mi mostrano molto onore e amicizia. D'altro canto, si trovano fra loro anche i manigoldi più infidi, più bugiardi, più ladri, che a stento credevo potessero esistere sulla terra; eppure, se non li si conosce, sembrerebbero le persone più perbene del mondo. Non posso fare a meno di ridere tra me quando mi parlano: sanno che la loro malizia è ben nota, ma non se ne preoccupano. Ho molti buoni amici tra gli Italiani che mi avvertono di non mangiare e bere con i loro pittori, poiché molti di loro sono miei nemici e copiano le mie opere nelle chiese e ovunque possano trovarle; poi le criticano e dicono che non sono fatte in stile antico e che non valgono nulla». Chi firma questa lettera è Albrecht Dürer, uno dei più grandi artisti del Rinascimento.

È il 1506, ha lasciato a Norimberga moglie e madre, non ha ancora compiuto 35 anni; da qualche mese è a Venezia per studiare, dipingere e “fare shopping” per il suo amico e finanziatore Willibald Pirckhemaier.