VERONA - Non può essere archiviata: l’inchiesta sulla morte di Moussa Diarra deve continuare per altri sei mesi, verificando non solo l’ipotesi di omicidio colposo, ma anche quella di concorso in depistaggio.
È il colpo di scena contenuto nelle 54 pagine dell’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari Livia Magri ha respinto la richiesta della Procura di Verona di disporre il proscioglimento nei confronti dell’agente della Polfer che, il 20 ottobre 2024, aveva ucciso il richiedente asilo Moussa Diarra davanti alla stazione ferroviaria scaligera.
«Abbiamo avuto ragione a opporci: c’erano troppi dubbi sulla consulenza balistica, sull’analisi dei filmati, sulle valutazioni medico-legali», commenta l’avvocata Francesca Campostrini, legale di parte civile insieme ai colleghi Paola Malavolta, Fabio Anselmo e Silvia Galeone. «Sono basito: il comportamento del mio assistito fu determinato da una situazione di pericolo estremo, improvviso e concretamente percepito nel corso del servizio, in un contesto operativo concitato e improvviso», ribatte l’avvocato Matteo Florio, difensore del poliziotto.
Il procuratore Raffaele Tito e la sostituta Maria Diletta Schiaffino, entrambi ora non più in servizio a Verona (per cui ora il fascicolo dovrà essere riassegnato), avevano condiviso la tesi della legittima difesa da parte dell’agente. Tre colpi di pistola, fra cui quello mortale al torace, di fronte alla minaccia del coltello impugnato dal giovane. «In realtà non si trattava di altro che di una banale posata da tavola», replica l’avvocato Anselmo, rimarcando che il 26enne «era in stato di evidente difficoltà psichiatrica».










