La notizia non è passata inosservata. Una sentenza del 1 aprile del tribunale di Roma dichiara illegittimi gli aumenti degli abbonamenti Netflix e apre alla possibilità di rimborsi. Visto che stiamo parlando del servizio di streaming a pagamento numero 1 in Italia con 5,4 milioni di abbonati e 21,5 milioni di utenti mensili (questo dicono i dati di Sensemakers per Italia Oggi), è comprensibile che la decisione abbia destato parecchio scalpore. E che migliaia di abbonati e abbonate stiano cercando di capire come possono fare, nel concreto, a riavere i propri soldi. Noi di Wired Italia abbiamo fatto un test per scoprire come funziona.Cosa dice la sentenza del tribunale di Roma su NetflixIl tribunale di Roma si è espresso, in primo grado, su una causa civile intentata contro il colosso dello streaming dall’associazione Movimento Consumatori. La sentenza dice che le clausole contrattuali con cui Netflix ha aumentato unilateralmente il prezzo degli abbonamenti nel 2017, 2019, 2021 e 2024 sono vessatorie perché non contengono un giustificato motivo, come invece prevede il Codice del consumo.“Si tratta di una sentenza con effetti inibitori e ripristinatori”, spiega a Wired Italia l’avvocato Paolo Fiorio che rappresenta il Movimento Consumatori. “In pratica, dichiara invalide le clausole contrattuali e illegittimi gli aumenti, impedendo che vengano applicati in futuro”. Tradotto: Netflix deve ripristinare le condizioni precedenti. Gli abbonati hanno diritto a chiedere la restituzione della somma che hanno pagato in più, il cui importo dipende da quando si sono iscritti e dal piano che hanno scelto. “Se Netflix non volesse mantenere quei prezzi, dovrebbe eventualmente recedere dal contratto e proporne uno nuovo”, continua l’avvocato Fiorio.In più, il tribunale chiede a Netflix di far sapere ai consumatori che hanno diritto ai rimborsi contattandoli via email (anche se nel frattempo hanno annullato l’iscrizione) e pubblicando la sentenza sia nel proprio sito, con un banner visibile in home page, sia sul Corriere della Sera e sul Sole 24 Ore (a proprie spese).Netflix ha annunciato l’intenzione di fare ricorsoPer il momento, nel sito di Netflix non c’è traccia della sentenza. Abbiamo contattato l’azienda, ricevendo questa risposta: “Presenteremo ricorso contro la decisione. In Netflix i nostri abbonati vengono prima di tutto. Prendiamo molto sul serio i diritti dei consumatori e crediamo che le nostre condizioni siano sempre state in linea con la normativa e le prassi italiane”. L’avvocato Fiorio spiega che “la sentenza è immediatamente esecutiva. Netflix può ricorrere in appello e, nel giudizio d’appello, può richiedere in via provvisoria la sospensione dell’efficacia della sentenza, come avviene per tutte le decisioni del tribunale. Al momento, però, non è possibile fare previsioni sull’eventuale concessione di una sospensiva”.Ma quindi cosa bisogna fare per chiedere i rimborsi a Netflix?Se Netflix non deciderà di pagare spontaneamente i rimborsi, il Movimento Consumatori avvierà una class action. Nel sito c’è già il modulo per manifestare interesse: lunedì 13 aprile lo avevano già compilato 180mila persone. Abbiamo fatto lo stesso e possiamo confermare che bastano pochi minuti, perché chiede solo i dati anagrafici e poche informazioni di base (quando si è attivato l’abbonamento, con che piano ecc).“In caso di azione di classe, la procedura sarà più articolata. Per ottenere la restituzione sarà necessario dimostrare i pagamenti, ad esempio tramite fatture o contabili”, continua l’avvocato. Se e quando la class action sarà dichiarata ammissibile, si aprirà una prima finestra per aderire (direttamente o tramite un legale), seguita da una seconda finestra dopo la sentenza. Un’iniziativa del genere non ha tempi brevi, chiarisce l’avvocato Fiorio. Ma per i consumatori non avrà alcun costo, perché le spese saranno a carico del Movimento Consumatori.Ma questo significa che qualsiasi servizio in abbonamento che modifica i prezzi ha torto? Non esattamente. “Secondo la sentenza, il problema riguarda la mancanza della clausola che consente la modifica unilaterale”, sottolinea l’avvocato Fiorio. Spiegando che il Movimento Consumatori si è concentrato su Netflix, e non su un altro qualsiasi servizio simile, proprio per questo motivo. In presenza di una clausola ad hoc la modifica dei prezzi è possibile ma, anche in quel caso, con alcuni paletti: dev’esserci un motivo giustificato, esplicitato nel contratto, e l’aumento deve essere proporzionato.L’auspicio del Movimento Consumatori è che questo caso rappresenti un precedente. “La sentenza si fonda su principi già affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, che è l’organo deputato a interpretare il diritto dell’Unione”, conclude l’avvocato. “I giudici nazionali devono attenersi a tali interpretazioni, che rappresentano l’applicazione delle norme europee in materia di tutela dei consumatori”.
Abbiamo aderito all’iniziativa per chiedere i rimborsi a Netflix. Ecco com’è andata, per ora
Si è parlato molto della sentenza del tribunale di Roma che apre alla possibilità di ottenere rimborsi per gli aumenti imposti da Netflix negli anni. Ma nella pratica come funziona? Abbiamo fatto un test e abbiamo contattato il Movimento Consumatori







