Era il 1967, un periodo di contestazioni e rivoluzioni annunciate. Lui, Desmond John Morris, morto l’altro ieri a 98 anni nella sua casa irlandese di Naas, la sua rivoluzione la fece quell’anno in modo silenzioso, senza contestare, con aplomb inglese e piglio da scienziato.

Come ricorderà cinquant’anni dopo, nella prefazione a una nuova edizione di un libro che fu subito un successo mondiale, La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo, la reazione del pubblico fu davvero molto forte perché il libro venne considerato scandaloso. Eppure, egli ricorda, non aveva fatto altro che usare il metodo che aveva fino allora applicato agli animali, studiandone il comportamento, estendendolo a «quella specie di insolito primate che è l’homo sapiens».

In verità, lo scandalo era tutto qui: nel considerare l’uomo come una scimmia, la cui differenza specifica era quella di non avere peli, di essere “nuda” appunto. Il libro suscitò tre attacchi virulenti, che furono l’altra faccia del suo successo.

Il primo, il più scontato, fu quello dei religiosi e di coloro che lo accusarono di aver degradato l’uomo, di avergli tolto ogni dignità, equiparandolo agli altri animali. Il secondo attacco fu quello degli scienziati che lo accusarono di aver invaso territori non suoi, cioè non dello zoologo, ma proprio di antropologi, sociologi e psicologi. Il più significativo fu però l’attacco che ricevette dagli accademici, che gli contestarono non il contenuto del libro ma di averlo scritto in modo semplice e senza appesantirlo con note, cioè di aver fatto un libro divulgativo, per il grande pubblico, persino commerciale. Insomma, di aver rotto un’altra barriera dopo quella fra bestie e umani: il muro che divide la scienza seria, che è quella autoreferenziale degli scienziati che vivono in laboratorio, dalle divulgazioni più o meno a buon mercato dei “giornalisti culturali”. Se sia stato un bene o meno aver rotto questa barriera, è controverso.