"Il mio caposquadra, l'ispettore Lo Presti, mi disse di farmi consegnare la valigia del dottore Borsellino, valigia che in quel momento aveva un carabiniere senza divisa. Ho preso la valigia bruciacchiata e l'ho messa all'interno della macchina di servizio, un'Alfa 33". A riferirlo oggi in aula, davanti il tribunale di Caltanissetta, l'ex poliziotto, oggi in pensione, Armando Infantino, nell'ambito del processo per depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio, che vede imputati i poliziotti Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco.
Infantino fu uno dei primi ad arrivare in via D'Amelio. "Ricordo - ha detto il teste - che c'era un'altra borsa a cartella, molto larga di colore chiaro, più chiara dell'altra. Quando ho ricevuto la borsa in cuoio, color marrone, era intatta, ma girandola si vedeva che era un po' bruciacchiata. Nessuno la aprì, rimase chiusa. Dal peso compresi che conteneva alcuni oggetti".
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di Salvo Palazzolo
Il poliziotto, durante la sua deposizione, ha anche ripercorso i terribili momenti successivi all'esplosione. "C'erano resti umani per strada. Appena arrivai nei pressi di via D'Amelio, vidi l'autista Antonio Vullo, unico sopravvissuto. Non si era reso conto dell'esplosione. Era convinto che gli altri agenti della scorta fossero vivi. Mi disse di andare dai colleghi perchè diceva che erano in portineria. Ma i colleghi erano tutti a terra. Era bruciato in faccia, gli scorreva sangue dal naso. L'ho fatto soccorrere da una volante. Aveva la pistola e la puntava contro le persone. Era sotto choc. C'era il caos. Usciva gente ferita dai palazzi. Bambini, donne in vestaglia perchè le persone uscivano dai palazzi. Ho visto Ayala con pantofole e calzini".









