Parlano come noi, o quasi. Un nuovo studio individua una serie di affinità tra il linguaggio umano e le vocalizzazioni dei capodogli. Era già noto che questi straordinari cetacei possiedano una sorta di “alfabeto”, dal quale attingono per comunicare: i cosiddetti clic, brevi impulsi sonori potenti (sono udibili fino a decine di chilometri di distanza!) che emettono sott’acqua, con le loro complesse sequenze, chiamate codas. Per decenni questi segnali sono parsi come enigmi difficili da decifrarei: pattern ritmici complessi, privi di una struttura chiaramente interpretabile eppure via via sempre più riconducibili a funzioni chiare e differenti. “Dai clic, che servono ad ecolocalizzare, ai creack, che hanno la funzione di mettere a fuoco le prede durante la caccia, fino agli slow click, utilizzati per mantenere la coesione sociale, in caso di attacco da parte di predatori come le orche, o per ricordare agli altri membri del gruppo che in quell’area c’è già qualcuno a caccia di calamari”, sottolinea Francesca Buoninconti, che in Senti chi parla (Codice Edizioni) analizza con cura il linguaggio animale.

Oggi, è una nuova ricerca ad aprire uno scenario in parte inatteso: i suoni prodotti dai capodogli non sono soltanto segnali acustici, ma possiedono proprietà che ricordano da vicino il funzionamento delle vocali nel linguaggio umano. “Ci sono stretti parallelismi con la fonetica e la fonologia delle lingue umane”, sentenzia la ricerca sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, frutto del Project Ceti - acronimo di Cetacean Translation Initiative - organizzazione che studia con un approccio multidisciplinare che coinvolge biologi marini, linguisti, informatici ed esperti di come comunicano i cetacei al largo della Dominica.