Per le nostre orecchie, soprattutto quelle meno allenate, cogliere la differenza con un classico ruggito sarebbe piuttosto difficile, per l’intelligenza artificiale, grazie a cui è stato scovato, meno. Parliamo di una sorta di ruggito a metà, o più correttamente intermedio, come lo hanno definito i ricercatori dietro alla scoperta della nuova forma di vocalizzazione del re della foresta. Gli scienziati, sparsi tra Regno Unito e Tanzania, sono convinti che studiare più a fondo il modo di vocalizzare dei leoni possa aiutare a mettere a punto sistemi più accurati di monitoraggio delle loro popolazioni basate sui segnali acustici.
Tutto questo è raccontato oggi in uno studio pubblicato sulla rivista Ecology and Evolution. “Finora, l'identificazione di questi ruggiti si basava in larga misura sul giudizio degli esperti, introducendo potenziali distorsioni umane - spiega dalla University of Exeter Jonathan Growcott, a capo dello studio - Il nostro nuovo approccio basato sull'intelligenza artificiale promette un monitoraggio più accurato e meno soggettivo, fondamentale per gli ambientalisti impegnati a proteggere le popolazioni di leoni in declino”. Punto di partenza è infatti questo: il ruggito è uno strumento fondamentale per conoscere i leoni. Sebbene non sia l’unica forma di vocalizzazione - si ricordano anche gemiti, grugniti o ringhi - è densa di informazioni, scrivono i ricercatori: è una sorta di biglietto di presentazione con cui i leoni definiscono il dominio sul proprio territorio e tengono contatto con gli altri animali del gruppo. Ed è un timbro unico: ogni leone (e leonessa) ha il suo, motivo per cui c’è chi tra gli studiosi ha pensato da tempo di usarlo magari per mappare le dimensioni della popolazione di questo animale.






