C’è un modo molto staliniano di narrare la destra: trasformarla in un imputato metafisico, senza studiarne le evoluzioni, le revisioni, le fratture. Basta prendere una manciata di simboli, una serie di parole-feticcio, metterle in fila come capi d’accusa e concludere che la destra di oggi non è altro che il travestimento del male di ieri. È la trovata di Tomaso Montanari, la cui ultima fatica, presentata come un libro di storia politica, è in realtà un libello moralistico con ambizioni storiografiche.
Sparta, Barrès, Hitler, l’immaginario dell’agoghé di FdI: ecco servita la “continuità del male”. La traditio ideologica della destra riguarderebbe «tutto, dal ruolo della donna nella società alla scuola allo Stato». Eppure la storia è infinitamente più complessa del taglio e cuci di certa pubblicistica militante. E trasformare nessi suggestivi in sentenze morali è un esercizio scientificamente scorretto, come un accademico del profilo di Montanari dovrebbe sapere.
Grave è l’amalgama indiscriminato di idee, contesti e categorie. Fascismo storico, neofascismo, destra radicale, conservatorismo, destra di governo: tutto viene inchiodato sotto la stessa etichetta infamante. Con la disinvoltura del polemista, l’autore pesca nei materiali più marginali e più facilmente demonizzabili, presentandoli come chiave interpretativa della destra di Giorgia Meloni, senza il minimo riguardo per il tentativo di quest’ultima di costruire una destra repubblicana e di governo.






