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L’utensile domestico inventato da Alfonso Bialetti nel 1933 viene celebrato da quest’anno il 21 aprile. È un simbolo della creatività italiana ma anche un oggetto che ha trasformato per sempre il modo per fruire del caffè in casa e che non passa di moda malgrado l’imporsi di nuovi modello di consumo come le macchine automatiche, le cialde, le capsule

La moka non ha bisogno di presentazioni. Sta lì, sui fornelli, con una discrezione che rasenta l’ovvio, eppure continua a raccontare qualcosa di molto preciso sull’Italia: il gusto per i riti, la fedeltà agli oggetti, una certa idea di quotidianità che resiste alle scorciatoie. Non è solo un utensile, e definirla così suona quasi riduttivo. È una liturgia domestica che si ripete identica da quasi un secolo, fatta di gesti minimi e tempi lenti, dove anche l’attesa ha un suo peso.

Tutto comincia nel 1933, quando Alfonso Bialetti intuisce che il caffè può uscire dai bar ed entrare stabilmente nelle case. La sua invenzione – semplice, quasi elementare – cambia l’ordine delle cose: la pressione del vapore sostituisce la gravità della napoletana e trasforma un’abitudine pubblica in un rito privato. Da lì in avanti, il caffè non è più soltanto consumo, ma diventa gesto quotidiano, replicabile, personale. In altre parole, democratico.