Quella appena arrivata è la quarta generazione dei Pagnan. È entrata in un gruppo che ha un secolo di storia e si muove tra turismo, agricoltura e settore immobiliare. Un fatturato di 140 milioni di euro, 500 dipendenti diretti. Villaggi alberghieri a Chioggia e sul Delta del Po, alberghi e ostelli a Mestre. In tutto 10.700 posti-letto e un milione di presenze. In Argentina hanno 20 mila ettari per coltivazioni e allevamenti; in Italia quasi 5.000 ettari tra Veneto, Emilia e Toscana. Un settore è collegato all'altro: turismo-logistica-agricoltura. "Noi produciamo ricchezza nel territorio", dice Renato Pagnan, il leader, 81 anni, nato a Montebelluna. A fondare l'azienda, che ha sede a Padova, è stato il padre Romano a Crocetta del Montello. Veniva dalla famiglia di un dirigente industriale che curava gli interessi in Veneto di gruppi milanesi dei filati vegetali, è morto quando Romano aveva 12 anni e di colpo, a Grande Guerra appena finita, si trovò precipitato da uno stato di benessere a lavorare sotto padrone. Ma aveva talento per emergere e lo fece in poco tempo.
Quando è nata la Pagnan in quel Veneto che usciva dalle macerie di una guerra?
«Mio padre, che lavorava in un mulino, aveva intuito che era possibile la trasformazione dei cereali in farina, ma non si sapeva a chi vendere il prodotto. Occorreva un ammasso volontario, il mondo agricolo trevigiano andava coltivato per dare all'agricoltore abile nel produrre la capacità di guadagnare sul prodotto. Così abbandona l'industria molitoria, crea legami con i produttori e li orienta verso il miglior realizzo possibile col commercio dei cereali. È stata la sua vocazione: creare un ammasso volontario quando ancora non se ne parlava. Con la Grande Crisi del 1929, quando sono sospese le importazioni cereali dall'America, lui si dedica al vino, compra cantine in Puglia e Toscana. Diceva che il mondo è fatto per chi sa intraprendere, non c'è materia che non sia meritevole d'attenzione. Non rinunciava mai alla sua autonomia intellettuale, non ha mai indossato la camicia nera, sempre e solo la camicia bianca sotto la giacca. Non accettava di farsi indottrinare. Quando avevo 12 anni mi ha convinto che sarei diventato ingegnere perché il mondo era per metà da fare. Siamo sette figli, tutti laureati».









