Salerno – Lo Sceriffo sta tornando, perché pochi sentimenti al mondo sono rassicuranti come la nostalgia. Vincenzo De Luca si appresta a diventare sindaco di Salerno per la quinta volta. La prima fu nel 1993, quando la Prima Repubblica si stava accartocciando sotto i colpi di Tangentopoli e Berlusconi non era ancora entrato in politica. Il ritorno a casa La sala del chiostro della chiesa dei Cappuccini è già piena prima che lui arrivi. È un mercoledì pomeriggio, a Salerno sembra già estate e il quartiere Carmine, popoloso rione in cui per anni De Luca ha vissuto, non aspetta altro che assistere all’epifania di una profezia che si avvera. Pochi avevano dubbi sul fatto che dopo il decennio alla guida della Regione, Vicienz ‘a funtana - uno dei primi soprannomi che gli fu affibbiato agli esordi, quando disseminò la città di fontane e rotatorie - sarebbe tornato a casa ricandidandosi a sindaco. Il tempo non sembra scalfirlo: tra poco compirà 77 anni, eppure sembra in formissima. «Ho già la lista delle cose da fare, ma fatemi almeno arrivare...», scherza con i concittadini, mentre alle sue spalle campeggia un crocifisso che aggiunge un tocco di sacralità a quel comizio di quartiere. Parla da sindaco che non se n’è mai andato. Ed è davvero così. Sei mesi fa, a pochi metri dalla chiesa dove sta parlando, aveva bussato la microcriminalità: ubriachi molesti che bivaccavano sulle panchine, qualche scippo, una rissa finita a bottigliate. De Luca, al tempo ancora presidente della Regione, prima tirò le orecchie all’allora amministrazione comunale - tutti suoi fedelissimi - e poi fece un sopralluogo. Il giorno dopo le panchine furono (letteralmente) segate via dal Comune. «Ah, si sono spostati più in là? E noi li seguiremo. Li andremo a pescare uno a uno. Avvertiteli, se li incontrate: si possono divertire per un altro mese e mezzo» dice ai residenti con un mezzo ghigno che neanche Crozza saprebbe imitare, e che ricorda De Niro nella scena finale di C’era una volta in America. Un sismografo del popolo Uscite da sceriffo, si dirà alla prima occhiata. Eppure la faccenda è più complicata. Sismografo degli umori del popolo, con uno stile che mischia rigore longobardo e toni chavisti, De Luca non legge la politica. La annusa. È solo così che si spiega un trentennio di dominio incontrastato in città, ottenuto interpretando l’idem sentire dei salernitani e anticipando svolte politiche. Nel 2006, ad esempio, De Luca si candidò da solo contro i due alfieri di centrodestra e centrosinistra. Il campo largo - a quel tempo si chiamava Unione - schierò l’ex presidente della Provincia, Alfonso Andria, che perse al ballottaggio con lo Sceriffo. La città fu tappezzata di manifesti deluchiani con una scritta semplice: “Basta con la politica politicante”. Il grillismo, ma prima che a Grillo venisse in mente di fondare il Movimento Cinquestelle. Gli allora Ds - il suo partito, almeno in teoria - non presentarono il simbolo, così come avevano già fatto nelle due precedenti occasioni in cui era stato eletto sindaco. Neanche stavolta ci sarà una lista del Pd alle comunali salernitane. A comunicarlo è stato De Luca. Piero, non Vincenzo: il primogenito dell’ex governatore campano è diventato segretario regionale dei Democratici poco dopo il passo indietro del padre sul terzo mandato in Regione. A seguire, arrivò il timido sostegno al candidato del campo largo alle regionali, Roberto Fico, e le improvvise dimissioni dell’allora sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli: un fedelissimo deluchiano, uscito in punta di piedi dal Comune per consentire il ritorno del re. Di tutti i cacicchi - Elly Schlein dixit - è forse l’ultimo highlander che resiste. E così si arriva alla contesa elettorale del 24 e 25 maggio. A sfidare l’eterno ritorno saranno in sette, tra cui i più accreditati sono tre galantuomini: Cinquestelle e Avs hanno puntato su Franco Massimo Lanocita, avvocato dal solido pedegree di sinistra, mentre Fratelli d’Italia ha schierato un altro amministrativista, Gherardo Marenghi, sostenuto anche da Lega e Noi Moderati. A chiudere il terzetto Armando Zambrano, ex presidente dell’Ordine degli Ingegneri, sostenuto da un esperimento centrista in cui sono confluiti Azione, Casa Riformista e Forza Italia. Un divorzio, quello azzurro, che ha allarmato il centrodestra a Roma, tanto che i forzisti alla fine potrebbero sfilarsi e confluire sul candidato voluto dai meloniani. Lui è tornato, però. E in città pochi s’azzardano a scommettere che non vincerà di nuovo, persino al primo turno. Per gli avversari il segreto del suo successo è un sistema clientelare costruito con lavoro certosino: migliaia di assunzioni, negli anni, soprattutto nelle partecipate. «L’alternativa per tante di quelle persone era la delinquenza, il carcere», si lasciò sfuggire una volta De Luca. Per chi lo ama, invece, lo Sceriffo è il ricordo di un modello di grandi opere, turismo e tolleranza zero contro la criminalità e i cafoni, che nel suo gergo sono semplicemente quanti non rispettano le regole. Un modello incarnato in una marea di aneddoti. Due su tutti, esemplificativi. Il primo: quando - tra il 2007 e il 2008 - Napoli era in piena emergenza rifiuti e l’immondizia in qualche caso arrivava a lambire persino i primi piani dei palazzi, a Salerno De Luca avviò una raccolta porta a porta rigorosissima, con 500 euro di multa per i trasgressori. Risultato? La percentuale di differenziata schizzò in poco tempo sopra il 70%. Il secondo: un sabato pomeriggio, nel bel mezzo dello struscio sul principale corso salernitano, i passanti notarono un ambulante abusivo straniero correre a perdifiato. A inseguirlo c’era il sindaco (sulla carta) progressista e un codazzo di vigili affannati. Ora, si riesce a immaginare Sala che cerca di acciuffare un irregolare in via Montenapoleone o Salis che si lancia in un inseguimento in via Venti? No? Appunto. Linguaggio diretto e fenomeno virale Uomo di sinistra, in gioventù segretario provinciale del Pci, è stato capace di convincere la stragrande maggioranza dell’elettorato di una città moderata del Sud. Lo votano persone di sinistra, di destra, di centro. Nella saletta dietro la chiesa dei Cappuccini, nel suo rione, con la sua gente, parla di cose concrete. Sicurezza, buche nell’asfalto, illuminazione da potenziare, commercio da risanare, parcheggiatori abusivi a cui dare la caccia. «Le barriere dei partiti non contano niente, qui dobbiamo pensare alle nostre famiglie» scandisce. È uno dei suoi leitmotiv: da amministratore non ha colori, la città viene prima dei partiti. La sua è una campagna strada per strada, quartiere per quartiere. Un distillato di Prima Repubblica che ancora funziona, anche se l’uomo sa fiutare i tempi e non a caso, durante la pandemia, strappò la riconferma a governatore della Campania anche grazie alla costruzione del suo personaggio sui social, favorita da uscite come quella con cui fulminò chi voleva organizzare feste di laurea in periodo di distanziamento sociale: «Vi mandiamo i carabinieri con il lanciafiamme» disse, con quella inconfondibile voce baritonale. Sferzate da antologia ne ha regalate a tanti, soprattutto ai suoi nemici politici: da Bassolino a De Mita, da Luigi Cesaro - indimenticato ex presidente della Provincia di Napoli, al quale De Luca ricordò il soprannome di Giggino a’ purpetta, aggiungendoci un “sterminatore di congiuntivi” - fino agli sfottò crudeli e politicamente scorretti contro Di Maio, Salvini e Meloni. Stile comunicativo trumpiano? Meglio non dirglielo. Anche perché, davanti ai suoi concittadini, parlando della «barbarie a cui siamo arrivati», De Luca concede carezze anche al presidente Usa. «Uno squinternato, che in Italia sarebbe stato ricoverato per patologie mentali. Quest’imbecille...». Usato sicuro Poco prima di ricandidarsi, ha chiarito a tutti che «se decido di impegnarmi dovete andare a Pompei a piedi…», alludendo a un pellegrinaggio neanche tanto laico. Poi è arrivata l’ufficializzazione con uno squillo di tromba tipico del personaggio: «La ricreazione è finita». Un’allusione alla capacità di interpretare tutti i ruoli in commedia, persino l’opposizione a se stesso. Già, perché qualche piccola crepa nel monolite deluchiano inizia a intravedersi: in una città in cui i vettori identitari sono San Matteo e la Salernitana, ha fatto rumore una serie di striscioni affissi dalla curva: “Vincenzo De Luca, giù le mani dalla nostra Salernitana!!!”. Servizi e manutenzioni sono peggiorati negli ultimi anni, ed è aumentata la percezione d’insicurezza. Eppure, nell’aria si respira aria di restaurazione, alimentata dal pensiero che si stava meglio prima. Quando c’era lui. Lo Sceriffo, che alle chiacchiere preferisce il distintivo. C’è un episodio, forse sconosciuto ai più, che racconta più di altri le ragioni del fenomeno De Luca. Vent’anni fa esatti, in occasione di quelle comunali vinte da solo contro tutti, il giorno dello spoglio De Luca fece entrare nel suo ufficio un drappello di quattro-cinque giornalisti della carta stampata. Fuori c’erano circa duemila persone ad attenderlo per festeggiare. Senza parlare, aprì un cassetto della scrivania e tirò fuori un gonfalone del Comune. Forse una copia, forse l’originale conservato per i cinque anni in cui aveva dovuto lasciare l’incarico, dopo due mandati consecutivi. «Ora può tornare al suo posto», si limitò a dire. Vent’anni dopo, in quel cassetto, c’è ancora il più rassicurante dei sentimenti: la nostalgia. —