Parla di «assurdità di un processo». E di «impostazione preconcetta». Il professore Giovanni Fiandaca, autore del manuale di diritto penale su cui da quarant’anni si formano gli studenti di Giurisprudenza di tutta Italia, boccia senza mezzi termini la condanna di Renato Cortese per il caso di Alma Shalabayeva e della figlia Alua. L’ultima pronuncia di un travagliato processo è quella della Corte d’appello di Firenze, emessa nel novembre scorso: Cortese, uno degli investigatori antimafia più famosi d’Italia (arrestò Giovanni Brusca e Bernardo Provenzano), oggi è prefetto, direttore centrale delle specialità della polizia, è stato condannato a cinque anni. Stessa pena inflitta ad altri quattro funzionari di polizia. La Corte d’appello di Firenze, diversamente da quanto aveva ritenuto la Corte d’appello di Perugia, ha ravvisato il reato di sequestro di persona dietro l’espulsione della moglie dell’oligarca kazako Mukhtar Ablyazov.

Alla “Via dei librai”, a Palermo, dove si presenta il libro del vice direttore dell’Espresso Enrico Bellavia (“L’ostaggio, Renato Cortese da cacciatore a preda. Storia surreale di un poliziotto”, Zolfo editore), il professore Giovanni Fiandaca parla della «suggestione di un complotto che sarebbe alla base della condotta di Renato Cortese e degli altri funzionari». Un complotto «rimasto un’ipotesi non dimostrata». E parla anche di «assenza di prove nell’ipotizzato programma unitario: non c’è la prova che ci sia stato un accordo fra i funzionari di polizia che operarono. Come non c’è la prova del dolo del sequestro di persona».